2 Maggio 1945 - Gruppo Alpini Roncegno

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2 Maggio 1945

La 2a G.M.



RONCEGNO TERME 2 – MAGGIO – 1945



Le notizie che riportiamo qui di seguito sono state gentilmente fornite da Luca Valente, scrittore, storico e giornalista, in corrispondenza con la Biblioteca comunale di Roncegno in occasione del ritrovamento di alcune fotografie inedite, che ritraggono l’edificio comunale in fiamme, riportate alla data 2 maggio 1945.

Le foto sono state scattate il 2 maggio 1945 al termine del combattimento tra i tedeschi, paracadutisti della 1. Fallschirmjäger Division, e gli americani della 88th Infantry Division, i primi in ritirata e i secondi in avanzata dal Vicentino, passando per il Bassanese, attraverso la Valsugana.
Il retro della prima foto dice testualmente: «Fuori paese i tedeschi opposero una tremenda resistenza e dovemmo incendiare l’edificio in cui stavano. Ecco qui alcuni scatti presi mentre i partigiani tentano di spegnere il fuoco».

Si vedono vari civili/partigiani che tentano appunto di spegnere le fiamme del municipio portando acqua con delle lance-idranti e un militare americano che pare stia cercando di aiutarli. Le armi che si vedono sono comunque italiane, o dei partigiani o preda bellica tedesca poi abbandonate: due mitragliatrici Breda 37 calibro 8 mm su treppiede e due cannoni da 47/32 mm (uno si vede poco, è danneggiato e senza ruote).

Non ci sono riferimenti ufficiali all’Army Pictorial Service (Servizio fotografico dell’Esercito statunitense), né alla Signal Company (Compagnia trasmissioni) e al fotografo autore delle foto, ma c’è il timbro 354 e comunque una numerazione progressiva… mi fa pensare a degli scatti ufficiosi, certamente fatti da un militare americano e comunque confluiti con immagini ufficiali.

Le foto dei due documenti sono le relazioni mensili del 351° Reggimento fanteria dell’88a Divisione, dove si cita proprio Roncegno. La prima dice: «A Borgo, a metà mattinata e nel primo pomeriggio, piovvero sul 351° Fanteria i primi colpi d’artiglieria tedesca dopo vari giorni di assenza. Identificando un fuoco di cannoni da 88 proveniente da Roncegno, il 913° Battaglione d’artiglieria campale sparò circa 500 granate contro le alture nelle vicinanze» [Headquarters 351st Infantry, History of the 351st Infantry Regiment for the month of April 1945, pp. 14-15, National Archives and Records Administration (NARA)].

Nella seconda: «… Nel frattempo il ponte venne riparato, la fanteria si schierò e prendemmo il paese di Roncegno» [Headquarters 351st Infantry, History of the 351st Infantry Regiment for the month of May 1945, pp. 1-2, National Archives and Records Administration (NARA)].

A Roncegno la guerra finì effettivamente con la resa del paese il 2 maggio; gli scontri continuarono nei giorni successivi nell'Alta Valsugana e in altre zone del Trentino; furono fatti diversi prigionieri tedeschi e requisite le armi. La data del 5 maggio viene indicata come la fine della guerra in Trentino perché è quella della resa delle ultime truppe tedesche organizzate e compatte, dotate di armamenti pesanti e ancora in contatto con i comandi tedeschi. Luca Valente scrive che gli Americani trattarono con i partigiani le condizioni di resa dei prigionieri, affinché non fossero compiute rappresaglie contro i militari tedeschi, che furono trattati secondo le norme internazionali per i prigionieri di guerra.

Luca Valente è autore tra l’altro dei libri Bombs Away! Il bombardamento alleato sul Quartier generale tedesco di Recoaro (20 aprile 1945) e la resa della Wehrmacht in Italia, pp. 206-207, in cui si riassumono gli avvenimenti che hanno interessato gli ultimi giorni della 2a guerra mondiale in Trentino (che riportiamo in fondo alla pagina) e Dieci giorni di guerra. 22 aprile - 2 maggio 1945: la ritirata tedesca e l’inseguimento degli Alleati in Veneto e Trentino, in cui si leggono ulteriori e più approfondite notizie.




Si ringrazia: la Biblioteca e l’Archivio storico del Comune di Roncegno Terme,
la Sig. Antonella Serra, la Sig. Giuliana Gilli e il Sig. Luca Valente per la collaborazione.




2 - Maggio - 1945
Resa dell'Esercito Tedesco



Bombs Away!

Il bombardamento alleato
sul Quartier generale tedesco di Recoaro (20 aprile 1945)
e la resa della Wehrmacht in Italia”, pp. 206-207


(Maurizio Dal Lago - Franco Rasia - Giorgio Trivelli - Luca Valente - Giuseppe Versolato)



Alle 14 di mercoledì 2 maggio 1945 le ostilità cessarono ufficialmente su tutto il fronte italiano. L’ordine venne sostanzialmente rispettato: solo «alcuni gruppi di soldati continuavano a combattere di proposito o per ignoranza dello stato di cose»
1. Non fu infatti semplice, nel caos totale di quei frangenti, informare tutte le unità: nemmeno quelle alleate disponevano talvolta di informazioni certe, stante la precarietà delle comunicazioni, e tendevano a non fidarsi quando si presentavano loro ufficiali tedeschi o interi reparti intenzionati ad arrendersi secondo le disposizioni ricevute 2.
Capitolo a parte fu quello che riguardò gli irriducibili paracadutisti del 1° Fallschirmkorps, che non avevano invece alcuna intenzione di arrendersi; pretesero anzi che l’88ª Divisione USA, peraltro non ancora informata della capitolazione tedesca, non si muovesse dalle sue posizioni di Borgo Valsugana.
Alle 14.40 il tenente colonnello Rudolf Rennecke, comandante del 1° Reggimento della 1ª Divisione, attraversò le linee americane e si presentò con una bandiera bianca al 351° Reggimento dei Blue Devils. Rennecke dichiarò che erano stati informati di un armistizio, in vigore dalle 14, durante il quale entrambi i contendenti avrebbero dovuto rimanere sulle proprie posizioni muovendo solo veicoli di servizio: le disposizioni ricevute erano di mantenere lo status quo in attesa di ulteriori ordini. Il comandante del 351° Reggimento, il colonnello Franklin Miller, parlamentò con l’ufficiale in una stradina di Borgo Valsugana, circondata da un plotone di Rangers, ma l’incontro fu inconcludente
3, tanto che un’ora più tardi, quando gli americani ripresero l’avanzata con l’appoggio dei carri Sherman del 752° Battaglione, i Fallschirmjäger, come promesso, reagirono violentemente:

Prima che avessimo proseguito per 300 metri fu incontrata una resistenza selvaggia. Contemporaneamente un messaggio dell’88ª Divisione ci informò che non erano a conoscenza di alcun armistizio e che dovevamo proseguire verso Trento, il prossimo obiettivo. Nel combattimento che seguì persero la vita un ufficiale e cinque soldati del 1° Battaglione, e quattro vennero feriti. Più tardi i tedeschi si lamentarono di aver subito 28 morti a causa del nostro attacco, ma in base alle nostre prove visive potemmo confermarne solo otto. Dopo essere riusciti a progredire per una quarantina di metri, il maggiore [Siegfried] Magold del Comando della 1ª Divisione paracadutisti si presentò con una bandiera bianca e una lettera del generale Schulz [Karl Lothar, omonimo del comandante del Gruppo d’Armate C], suo comandante, rivolta al generale Kendall [Paul, comandante dell’88ª Divisione], contenente i termini dell’armistizio come da lui intesi. Coincidevano con quelli verbali espressi in precedenza dal tenente colonnello Rennecke. La lettera fu inoltrata al Quartier generale dell’88ª Divisione e Magold rispedito indietro, dal momento che mancavano le credenziali di un comandante superiore
4.

Alle 18 le trasmissioni radio della BBC e dell’AEF diedero le prime notizie dell’armistizio. Alle 18.40 si presentò da Miller un ufficiale del Comando divisionale con gli ordini di proseguire con decisione verso l’obiettivo. Dieci minuti dopo si rifece vivo Magold, spiegando che era impossibile in quel momento avere una lettera di credenziali e che era stato ordinato loro di attendere senza sparare, in attesa di una conferma specifica della resa da parte della 14ª Armata, a meno che gli americani non avessero tentato di avanzare ulteriormente. Come gesto di buona fede Magold annunciò che i paracadutisti si sarebbero ritirati di mezzo chilometro. Alle 22.04 il colonnello James Fry, assistente del comandante dell’88ª Divisione, giunse sul posto con l’ordine di mantenere la posizione fino ad ulteriori disposizioni. La guerra in Italia era finita, ma la tensione in Valsugana rimaneva altissima.
Il mattino seguente, 3 maggio, Miller inviò dal comandante della 1ª Fallschirmjäger-Division il maggiore Edmonson, responsabile dell’Intelligence del 351° Reggimento e il tenente Delfiner, addetto agli interrogatori, per parlamentare: il generale Schulz ribadì che aveva tutte le intenzioni di arrendersi, ma che non l’avrebbe fatto senza una disposizione diretta di Heidrich. La situazione era in stallo completo.
Il 4 maggio, sentito il generale Kendall, Miller rispedì Edmonson e Delfiner da Schulz, dove venne detto loro che le difficoltà nascevano dall’atteggiamento ostile dei partigiani: i tedeschi, sentendosi minacciati, non volevano cedere le armi. Effettivamente poco dopo il Quartier generale della 1ª Divisione fu attaccato dai partigiani e anche cinque soldati americani rimasero feriti
5. Nel frattempo il generale Heidrich aveva finalmente fatto sapere che avrebbe accettato di discutere una resa onorevole. Il colonnello Miller partì quindi alla volta del Quartier generale di Heidrich, situato a S. Cristoforo, sul lago di Caldonazzo, e gli ribadì che la situazione era senza senso e non poteva continuare. Un contatto telefonico diretto col Comando della 14ª Armata tedesca, ad opera dello staff di Miller, consentì infine di uscire dalla situazione di stallo 6.
Il 1° Corpo paracadutisti, ultima unità combattente della Wehrmacht a deporre le armi in Italia, si arrese all’1.55 del 5 maggio 1945
7.


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1 Ivi, p. 20. Si verificò ciò che il generale von Senger und Utterlin aveva previsto quando era venuto a sapere della capitolazione: «Non era del tutto escluso che singoli reparti appena entrati in azione, come gli allievi ufficiali paracadutisti e quelli della scuola d’alta montagna delle SS, fossero intimamente decisi a continuare la lotta perché ciò rispondeva probabilmente allo spirito mistico dei loro comandanti» (VON SENGER, Combattere senza paura e senza speranza, cit., p. 431).

2 Significativo, ad esempio, ciò che accadde al 339° Reggimento dell’85ª Divisione fanteria nei dintorni di Belluno. Verso mezzogiorno del 2 maggio un parlamentare tedesco - un ufficiale alto di statura, dai modi affascinanti, che parlava un inglese perfetto - si era avvicinato alle avanguardie con una bandiera bianca, chiedendo il permesso di attraversare le linee per avvisare le truppe tedesche rimaste indietro che le ostilità dovevano cessare alle 14. Il comandante del 339°, all’oscuro di tutto, fece trattenere l’emissario, chiese lumi al Quartier generale e ordinò di proseguire l’avanzata, che però si bloccò di fronte ad un groviglio immobile di soldati, animali e veicoli della Wehrmacht che bloccava completamente la strada: non fu necessario sparare un colpo. Il generale Harry Hoppe, comandante della 278ª Divisione fanteria, uscì dalla colonna e si presentò al comandante del 2° Battaglione, informandolo che l’armistizio era entrato in vigore alle 14. Ma nessuno sapeva ancora nulla al Comando reggimentale e divisionale. Hoppe, condotto fino a quest’ultimo, dichiarò di arrendersi incondizionatamente con le sue forze: fu il primo di una processione di ufficiali tedeschi che si presentarono nelle ore seguenti per lo stesso motivo. La Divisione continuava a non avere conferme: solo alle 19 arrivò la notizia ufficiale e si cominciò a ricevere la resa della massa delle truppe tedesche, appartenenti a varie unità del 73° e 76° Corpo, tra la gioia e lo scetticismo dei fanti che ancora non volevano crederci (HEADQUARTERS 85TH INFANTRY DIVISION, Minturno to the Appennines, cit.).

3 Scrive Miller: «Nessuna notizia a proposito era stata ricevuta dal 351°, ma l’aspetto di un ufficiale del grado di Rennecke sembrava escludere la possibilità di un inganno. In quel momento il Reggimento era fermo, a causa delle operazioni di rastrellamento della periferia occidentale di Borgo e di riparazione di un ponte necessario per il passaggio dei carri. Replicai che non avevamo ricevuto alcun ordine a proposito, che avrei accolto volentieri la resa incondizionata della sua Divisione, ma che non potevo considerarlo un emissario dell’intero Corpo paracadutisti senza un documento firmato dal suo comandante. Il tenente colonnello Rennecke affermò che il suo comandante di Divisione si era recato al Quartier generale del Corpo proprio per ottenere un tale documento e che sarebbe rientrato entro un’ora. Aggiunse inoltre che non avrebbe sparato a meno che non fossimo avanzati: a causa dei suoi ordini di difendere la posizione, avrebbe resistito se avessimo proseguito. Sapendo che non potevamo muovere i carri prima di 40 minuti, gli consentii di rientrare nelle sue linee accordando un’ora di tregua temporanea nel settore della strada principale: nel frattempo lui si sarebbe dovuto ripresentare con le necessarie garanzie. Non c’erano contatti radio o telefonici con l’88ª Divisione in quel momento. Un ufficiale portaordini fu inviato al Comando, fu intensificato l’ascolto dei canali radio, ma non si riusciva a ricomporre il rompicapo» (HEADQUARTERS 351ST INFANTRY, History of the 351st Infantry Regiment for the month of May 1945, pp. 1-2, NARA).

4 Ibidem.

5 Anche il 2° Battaglione del 4° Reggimento paracadutisti aveva subito perdite in scontri con i partigiani della Valsugana e pure il Comando della 4ª Fallschirmjäger-Division, situato nei pressi di Centa S. Nicolò, era stato attaccato il 3 maggio. Racconta il generale von Senger und Utterlin, a colloquio in quei frangenti con il generale Clark: «Erano pervenute delle segnalazioni dalle quali si arguiva che il 1° corpo paracadutisti non era d’accordo con la resa e che continuava a battersi. […] Da parte mia non potei fare altro che assicurare al generale Mark Clark che il comportamento di queste truppe era contrario alle intenzioni leali del mio comandante in capo, per cui dovevo ritenere che questi, ostacolato da bande, non era più in grado di esercitare la sua autorità sulle truppe. […] Il generale Mark Clark manifestò comprensione per il fatto che non si poteva pretendere dalle truppe tedesche la consegna delle armi da fuoco portatili finché erano minacciate da bande» (VON SENGER, Combattere senza paura e senza speranza, cit., pp. 438-439).

6 Secondo Wolff la 1ª e la 4ª Divisione paracadutisti obbedirono solo «quando il comandante del Corpo paracadutisti, generale Heidrich, parlò personalmente alle divisioni e adottò misure drastiche, per esempio degradando un colonnello» (WAIBEL, 1945. Capitolazione nel Norditalia, cit., p. 177). Gli americani lasciarono comunque 50 fucili ad ogni compagnia di paracadutisti, coinvolgendoli con guardie e pattuglie miste nel mantenimento del servizio d’ordine in funzione anti-partigiana: una conclusione paradossale, visto che fino a qualche giorno prima si erano sparati addosso.

7 Per l’intera vicenda si veda VALENTE, Dieci giorni di guerra, cit., pp. 458-465. Nel frattempo si erano arrese anche tutte le altre unità della 10ª e della 14ª Armata e dell’Alpenvorland, radunate nei vari campi di raccolta dell’area alpina (erano 176.401 i soldati tedeschi che al 13 maggio 1945 vi stazionavano: BA-MA, RH 20-17/68K, IX 133 9001295), e le avanguardie americane si erano spinte fino alla frontiera. Il 339° Reggimento dell’85ª Divisione raggiunse il confine ad est di Dobbiaco alle 4.15 del 4 maggio; lo stesso giorno alle 10.51 il Reparto esplorante del 349° Reggimento dell’88ª Divisione s’incontrò con la 103ª Divisione fanteria del 6° Corpo della 7ª Armata, proveniente dall’Austria, a Vipiteno: l’evento fu registrato sul luogo dai corrispondenti militari e radiotrasmesso negli Stati Uniti e in tutto il mondo dall’Army Hour della NBC. Poche ore dopo il 338° Reggimento dell’85ª si spinse fino al Brennero posizionandovi un corpo di guardia. Il 5 maggio, più ad ovest, la 10ª Divisione da montagna oltrepassò Merano e raggiunse il passo Resia, incontrando il giorno successivo la 44ª Divisione fanteria della 7ª Armata. Contemporaneamente, dall’altra parte dell’Italia settentrionale, il 473° Reggimento della 92ª Divisione incontrò sulla frontiera ligure le truppe francesi. Sui confini orientali, invece, la 91ª Divisione fanteria USA raggiunse Udine e la 2ª Divisione neozelandese, dopo aver attraversato il Piave ed il Tagliamento, entrò a Monfalcone il 1° maggio e a Trieste il giorno successivo, iniziando il lungo braccio di ferro con gli jugoslavi. Prima ancora che il conflitto fosse terminato nel resto d’Europa con la resa totale della Germania, si aprivano gli scenari che avrebbero caratterizzato la guerra fredda.




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17/03/2017
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