Luigi Baldessari - Gruppo Alpini Roncegno

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Luigi Baldessari

La 2a G.M. > I nostri Reduci




LUIGI BALDESSARI

"LA MIA CEFALONIA"

di Marika Caumo


«Correva l’anno 1915, le autorità austriache avevano sollecitato il borgomastro (Giovanni Froner) di ordinare alla popolazione l’evacuazione del paese perché esso si trovava in primissima linea di

guerra. Froner, di sentimenti italianissimi, voleva consegnare il paese agli italiani, tentò quindi di resistere agli ordini sapendo che le truppe italiane erano poco lontane (si trovavano infatti a Borgo, a soli 5 km da Roncegno). L’obiettivo del sindaco fallì. A seguito di una spiata, i tedeschi vennero a scoprire tutto e per vendetta bombardarono il paese. La popolazione disperata scappò ed a piedi raggiunse Pergine dove furono fatte le tradotte con destinazione Austria. Era il mese di giugno del 1915. L’Austria era alla fame, figuriamoci noi stranieri e profughi. In quel clima di estrema difficoltà sono nato io: era il 12 febbraio del 1916, a Landegg. Finita la guerra, finalmente ritornammo a Roncegno».
Inizia così il racconto che Luigi Baldessari ormai 91enne fece nel 2007 al giornalista Giulio Vaccarini, riportato nel suo libro "Più fame che paura. Ricordi di reduci valsuganotti della Seconda Guerra Mondiale".
Figlio di Lino e Rachele Zampedri, sarto di professione, il cavaliere Baldessari a partire dal 1960 ha fatto parte a più riprese dell’amministrazione comunale di Roncegno. Sindaco dal novembre 1973 al 1980, poi vicesindaco (lo era già stato dal 1969 al 1973) fino al 1985. Gli ultimi anni è stato ospite della Casa di riposo “S. Giuseppe” di Roncegno, dove è morto il 26 agosto 2011.
«Nel ‘37 fui chiamato a fare il servizio militare. Mi congedai alla fine del 1938, ma neppure un anno dopo fui richiamato ed assegnato al 33° reggimento artiglieria (divisione Acqui) nel quale rimasi per tutto il tempo della guerra. Ho iniziato partecipando ai quattro giorni di guerra sul fronte francese, successivamente fu la volta dell’Albania ed in seguito della Grecia. Ebbi così occasione di vedere le isole di Corfù, Santa Maura, Zante, Itaca e infine Cefalonia, nella quale ho trascorso il periodo più lungo della guerra e dove la mente mi riporta a momenti terribili. Di quanto è successo a Cefalonia sono stato dunque un involontario protagonista. All’epoca avevo il grado di sergente maggiore. Per ragioni di servizio, il giorno 6 settembre mi trasferirono a Santa Maura dove il nostro reggimento aveva un distaccamento. L’8 settembre, fummo sorpresi dall’annuncio della fine della guerra». L’armistizio, firmato dall’Italia con gli Alleati, rimescolò le carte. E gli amici di ieri diventarono improvvisamente nemici.

Di quei terribili giorni che seguirono Luigi parlò anche con il giornalista Davide Modena, che su Roncegno Notizie nel 2006 pubblicò il suo racconto, dal titolo "Il mio settembre rosso".  Ne riportiamo un lungo stralcio.
«Io e il mio compagno volevamo tornare a Cefalonia e chiedemmo l’autorizzazione al tenente colonnello Vaglio. Me lo sconsigliò. Troppo pericoloso. Ma insistetti. Così ci lasciò andare con l’ordine di consegnare una lettera al comandante Romagnoli. Se mai fossimo riusciti a rivederlo. Partimmo da Santa Maura alle 7.30 dell’11 settembre, in tre su una barca a vela: io, il Tortini e un maresciallo di marina greco che ci aveva procurato l’imbarcazione. Dopo oltre 8 ore passate ad alternarci ai remi, sbarcammo a Cefalonia».
«Stavano ormai caricando le ultime provviste sui quattro dragamine attraccati nel piccolo porto di Fiscardo
– ricorda Luigi – ed erano da poco scoccate le 16. I marinai italiani ci invitarono a seguirli, ci avrebbero portato via, lontano da Cefalonia: a Malta, forse in Sicilia. Il mio compagno si imbarcò, io decisi di rimanere: scappare con 7 miliardi di dracme in tasca (consegnategli dal comandante il 6 settembre per acquistare un veliero di vino a Santa Maura) voleva dire diserzione. Non me la sentii. Le linee telefoniche funzionavano ancora. Chiamai il nostro comando ad Argostoli e mi vennero a prendere. Poco dopo venni convocato dal colonnello Romagnoli. Gli consegnai la lettera che avevo custodito come fosse oro. “Santa Maura ha ceduto le armi”, c’era scritto. Così fui il primo a comunicare al contingente italiano a Cefalonia, fino ad allora isolato, che le cose, con i tedeschi, erano cambiate».

Sull’isola, stretti in poco più di 780 chilometri quadrati, soldati italiani (11.700) e tedeschi (poco più di 2 mila), fino a quel momento compagni d’armi, in poche ore si trovarono ad agitare opposte bandiere. Prima rintanati nelle trincee, sotto il fuoco dell’aviazione tedesca: 1.300 morti italiani. Poi, cedute le armi, in campo aperto, senza difese, in balia della furia nazista. «Era il 22 settembre – ricorda Luigi Baldessari – quando i tedeschi stavano portando 800 prigionieri verso Argostoli. Erano stremati, camminavano da tutto il giorno. Sul far della sera, giunti in una conca, nei pressi di uno strapiombo sul mare, intimarono l’alt. Tutti pensarono che lì avrebbero trascorso la notte. Non appena i prigionieri si sdraiarono sull’erba, esausti, le mitragliatrici nascoste tra i cespugli aprirono il fuoco. I più furono falciati all’istante, alcuni corsero verso il mare, nell’inutile tentativo di salvarsi. Quando nessuno più si muoveva, prima di andarsene, i tedeschi fecero l’ultimo appello: se qualche sopravvissuto si fosse fatto avanti avrebbe avuto la grazia. Qualcuno si alzò sanguinante. Venne immediatamente fucilato. Solo in 2-3 riuscirono, con il buio, a trascinarsi fino ai casolari greci della campagna. Questo fu il primo massacro, non l’ultimo».
«Al 23 settembre  - continua Baldessari - più di 6 mila soldati vennero massacrati nonostante avessero deposto le armi. Non risparmiarono neppure quelli della Compagnia di Sanità. Il bracciale della Croce Rossa non salvò neppure il mio compaesano, Enrico Capraro, fucilato a 20 anni. Stessa sorte per oltre 300 ufficiali, spalle al muro alla Casetta Rossa».
Luigi si salvò. Si salvò perché lui, artigliere, non stava in prima linea come i fanti. Si salvò perché era stato suddito di Maria Teresa. Si salvò perché sulla roulette della (mala) sorte non uscì il suo numero.
Il sergente maggiore Luigi Baldessari lasciò Cefalonia nel luglio del 1944, dopo aver conosciuto l’umiliazione della prigionia. Passò con i partigiani greci prima di venir traghettato a Taranto dalle navi inglesi e di risalire lentamente l’Italia al seguito degli Alleati. Fino a rivedere la sua Roncegno, distrutta dai bombardamenti, il 26 aprile 1945.
Dall’Italia partirono in 11.700. Tornarono in meno di 2 mila.






1943: L'INFERNO A CEFALONIA

(tratto dall'approfondimento di Davide Modena su Roncegno Notizie 1-2006)


8 settembre. La firma dell’armistizio rompe le alleanze militari sull’isola greca di Cefalonia. Italiani e tedeschi, fino a quel momento, erano alleati.

13 settembre. Dopo alcuni giorni di trattative arriva l’ultimatum del comando tedesco: “Italiani: con noi, contro di noi, o deponete le armi”.

14 settembre. Una notte tormentata, un ordine arrivato dall’Italia, pareri contrastanti. Il generale Gandin decide: armi in pugno contro i tedeschi.

21 settembre. Gandin chiede la resa. Gli 11.700 italiani sono vinti da 2 mila tedeschi e dalla loro aviazione.

23 settembre. La Wehrmacht non rispetta la resa. Iniziano le fucilazioni di massa.

Alla fine saranno 1.300 i soldati italiani caduti nei combattimenti. Più di 6 mila, compreso il comandante, furono massacrati nonostante avessero deposto le armi. Degli scampati circa 3 mila morirono nelle stive affondate durante il trasporto al Pireo. Dei 12 mila soldati meno di 2 mila fecero ritorno in patria.




Luigi Baldessari





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17/03/2017
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