Lino Angeli - Gruppo Alpini Roncegno

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Lino Angeli

La 2a G.M. > I nostri Reduci




LINO ANGELI

"QUEL SALTO DAL CAMION IN CORSA"

di Marika Caumo


A Marter Lino Angeli è molto conosciuto. Classe 1921, imprenditore di successo. Suo l'omonimo emporio, conosciuto in tutta la Valsugana: quello che si cerca, li lo si trova. Una bottega appartenuta al nonno e poi al papà. Lino è l'ultimo di cinque fratelli: Antonio del 1908, morto nel 1912 a soli 4 anni, Gisella del 1910, Cornelia del 1911, Rinaldo nato nel 1913 e disperso in Russia, Paola nata, nel 1920 e infine Lino, dell'agosto 1921. Anche lui fa parte dei reduci alpini della Seconda Guerra Mondiale. Ecco la sua esperienza, raccontata lo scorso ottobre.

Di tutta la valle, il 3 gennaio 1941 c'era solo lui del '21 sul treno verso Trento. Non aveva nemmeno 20 anni. In stazione era pronta la ronda ad attenderlo. «Pensavano fossimo in tanti, enveze ero mi solo. "Ndèi i altri'; mi chiesero. ''No so" risposi. Ce n'era solo uno da Perzen, Val dei Mocheni, ma era del Battaglione Trento. Io invece ero nel Battaglione Bassano» racconta. Il giorno dopo la ronda lo accompagnò a Bassano, a vestirsi. «Col treno?» gli chiede chi sta ascoltando la sua storia. «Si si, el biglietto -l'era pagà» sorride. La sera il ritorno a Trento della recluta Lino Angeli, vestito con la 'nappina verde del Battaglione Bassano. Per alcuni giorni è rimasto da solo, insieme alle reclute del Trento. «Poi hanno cominciato ad arrivare anche gli altri. E' arrivato il capitano e banno iniziato a fare i plotoni, le compagnie e a febbraio il battaglione Bassano era completato. Insieme a me di qua c'erano Giacinto Martello; Poldo Pacher e Giulio Cor di Novaledo. Io solo del Marter. Da Roncegno c'era anche Francesco Bonella» spiega.
Rimasero un periodo a Trento, per l'addestramento, poi il campo ad Andalo. Quindi a Molveno, un paio di settimane. Era settembre. «Li un nostro compagno, Oreste Cortese di Asiago, morì andando a stelle alpine. L'era tutto crozi. Dovevo andare anche io. La sera lo aspettavamo a cena, per il rancio. Ma non arrivò. Il giorno dopo andarono a cercarlo: quando lo trovarono, in tasca aveva un mazzo di stelle alpine».
Dopo Molveno, furono mandati a Levico, alle caserme, dove vi rimasero meno di un mese, «La sera, quelli che come me abitavano vicino, andavano a casa, in bici. Poi un giorno le guardie sul cancello: "Tutti a prepararsi per andare alla stazione': Non ci banno detto dove, altrimenti qualcuno scappava, se ne tornava a casa. Siamo andati in giù col treno: mia prima classe, vagoni bestiame. Una tradotta militare, adibita 'al trasporto della truppa e degli asini» ricorda. Arrivarono a Bari dove li attendeva la nave Galilea. Partirono la sera e la mattina seguente erano arrivati a Cattaro, in Montenegro, Una notte di mal di mare. «La ci hanno dato le armi, il fucile 91, le giberne, munizioni e bombe a mano, no però panini ... dì quelli si sono dimenticati. Metilo su» scherza. La Galilea due anni dopo l'affondarono, carica di alpini. «Doveva esserci su anche mio fratello che andava in Russia, invece non c'era posto ed è andato con il treno» prosegue Lino.

Da Cattaro camminarono per qualche giorno. «Siamo passati da Cettigne (fino alla Prima Guerra Mondiale capitale del Regno del Montenegro, ndr), davanti alla casa della Regina Elena. Era fatta di sassi, no di legno come le altre. A Pljevlja era dislocato il comando della Divisione, dove c'era il generale Giovanni Esposito». Li ci furono un sacco di attacchi da parte dei partigiani. E di morti. Il peggiore nel dicembre del '41. «Poi abbiamo capito che Esposito era un traditore, stava con i partigiani, i ribelli. Dicevano che erano in 6 mila ma con" poche armi, mano a mano che uccidevano gli italiani prendevano vestiti e giberne. Con noi invece c’erano i cemici, così li chiamavano, erano civili del posto; se li prendevano li scannavano: erano ribelli contro il loro Stato, era come dire i partigiani con i fascisti. Ci sono stati tanti di quei morti». Poi arrivò il colonnello Barbieri, che prese il posto di Esposito. «In grazia a lui, che ne ha salvato un pochi. Con me cerano anche Gino Furlan ''Segato'' e Mario Laner, dell'artiglieria alpina. Noi ce la siamo cavata. Gino e. Mario dicevano sempre che, anche se poco armati, i ribelli erano tanti, te la facevano con il coltello, specialmente le donne».
Proseguirono il cammino: Montenegro, Zagabria, Belgrado. «Li abbiamo passato tutto l'inverno del '42. Era molto freddo, chiacchieravano di 30 gradi sotto zero. La sisampa sulle piante te la vedevi ogni dì creser: piche si longhe zo dale piante. E tanta neve». La gente del posto era molto povera, c'era poco cibo, poco fieno, pochi animali. «Se c'era una vacota, ce l'avevano in cucina. I cavalli erano piccoli, cèpi. I vitelli glieli rubavamo» ricorda.
Rimasero su quel fronte fino all'autunno 1942, quando il reparto fu trasferito in Francia a presidiare la zona di Grenoble. Per arrivarci camminarono per due settimane, i camion sul treno. «Poi banno tirato giù i camion dai vagoni e siamo andati con quelli per una settimana» continua Lino. Finì in un distaccamento, e non ebbe a correre altri rischi fino all'8 settembre 1943. Quel giorno si trovava sulla tradotta militare per venire in Italia. «Loro, i capi, sapevano che c'era l'armistizio. Dal treno, alle porte di Grenoble, si vedevano le bandiere. Cosa saralo, ci chiedevamo. Ci hanno fermati fuori dalla stazione, tutta quanta la divisione: li è uscita la chiacchiera dell'armistizio. Eravamo contenti, qualcuno si è spogliato, tolto le scarpe, i calzini». Ma l'entusiasmo per la fine della guerra, fu ben presto raggelato. «Qualcuno si è arrischiato a saltare fuori delle caserme, li hanno rasi al suolo. Fuori dai recinti e dalle mura delle caserme c'erano già le guardie. Si sentivano gli spari. Poi sono arrivati 2-3 ufficiali tedeschi, hanno disarmato la guardia che era su cancello e i nostri ufficiali italiani. Quindi hanno preso le armi anche a noi, verso le 4 di mattina. Squadrati, ci hanno portato nei piazzali, dentro le caserme». Erano prigionieri dei tedeschi. «Ci tennero senza mangiare. Dopo tre giorni hanno formato le colonne: chi va prigioniero, chi volontario a combattere, e chi prigioniero lavoratore. Un maresciallo mi disse "Vieni con me sul fronte". ''No no, vado con i miei amici" gli risposi. Siamo andati come prigionieri lavoratori con la colonna di Marsiglia» prosegue. Portati nell'area del porto, erano costretti a lavorare dodici ore al giorno. «Stavano costruendo dei tunnel di cemento, una base per i sottomarini. Otto giorni si lavorava di giorno e otto di notte. Un lavoro pesante, arrivava la sabbia con le navi e le gru a scaricare, c'erano pattumiere per fare i getti e grosse pompe. Un lavoro esagerato quello avviato 'via con quel rifugio per sottomarini, i tedeschi forse pensavano di stare lì mille anni. Dormivamo in un baraccone fatto di quattro teli, ci voleva un 'ora di cammino su per la scalinata per arrivarci. E gli americani bombardavano». Così per oltre un anno, fino allo sbarco in -Normandia, all'arrivo degli americani nel 1944. I liberatori. «In agosto i tedeschi si sono ritirati e noi siamo rimasti là. Come lavoratori, per gli americani. Arrivavano navi mercantili cariche di viveri e munizioni, sopra ancorati c'erano i carri armati. Ne arrivavano 10-12 alla volta. E bisognava scaricare. Con gli americani si mangiava. Era un altro lavoro, ci trattavano bene, non eravamo più prigionieri ma lavoratori, ci pagavano anche qualcosa».
Andarono avanti così per un anno, finché gli americani li portarono fino a Livorno con la nave mercantile.
«Li ci hanno fatto scendere, ci hanno dato da mangiare e ci hanno detto "Qua è Italia, arrangiatevi. Un po' con i treni merci, qualche camion e un po' a piedi, ci siamo tirati sempre più in su. Siamo arrivati a Parma, stavamo riposando quando è arrivata una povera vedova, suo marito era morto in Russia. Ci ha pertanto una borsa di panini». Poi ancora su, verso Trento. «Abbiamo trovato un camion' a legna a Port'Aquila, ci ha portato fino a Marter. Li ho fatto un salto dal camion, ho gridato ed ha rallentato ma non si è neanche fermato. Sono atterrato nel campo. Potevo farmi male, potevo morire. A Levico per esempio il fratello di Mario Lorenzini, Bepi, saltando giù dal camion in, corsa è morto». Arrivò a casa il 2 maggio 1945. «Sono stato fortunato. Invece mio fratello Rinaldo l'hanno mandato in Russia. Era del 13, non è più tornato. Quelli che son tornati dalla Russia sono quelli venuti fuori del 40-41, erano qua all'inizio. Di quelli del 42 non è venuto fuori quasi nessuno perché sono andati dalla parte del Don. Le ultime cartoline le ha scritte nel febbraio 1943». E conclude «Sperenti no ne vegne dele altre».



Lino Angeli




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17/03/2017
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