Magg. Cristoforo Baseggio - Gruppo Alpini Roncegno

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Magg. Cristoforo Baseggio

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Cristoforo Baseggio e la "Compagnia della Morte"


TESTI E FOTO TRATTI DAL SITO  http://giovannimolinari.blogspot.it/


La vita


Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese.
Al termine del conflitto aderì al movimento fascista, anche se nel 1922 ebbe con Mussolini delle accese divergenze che culminarono in un duello conclusosi con il ferimento di ambedue. I due si riconciliarono prima di abbandonare il terreno. Scrisse “La Compagnia della Morte”(Istituto Editoriale Veneto, 1929). Il 20 gennaio 1959 morì a Pollone, paesetto sulle colline a una decina di chilometri da Biella.
Nella foto vediamo il Maggiore Cristoforo Baseggio a S. Osvaldo il 19-09-1927 durante la commemorazione della Battaglia (Foto proprietà del Museo Storico del Trentino).




La Compagnia Esploratori


Col nuovo Regolamento d’esercizi per la fanteria, approvato il 30 giugno 1914, venne creata una nuova specialità: “L’esploratore”.
Gli allievi esploratori, scelti per particolari attitudini fisiche, intellettuali e d’arditezza, dopo un variabile periodo di istruzione venivano sottoposti a determinate prove da parte di una commissione reggimentale incaricata di constatare il grado di abilità allo speciale servizio. Gli allievi giudicati idonei venivano nominati esploratori con notifica nell’ordine del giorno e la consegna del certificato e dello speciale distintivo di una stella nera a sei punte fatta solennemente in presenza della truppa riunita. (cit. N. 300 del “Giornale Militare” 27 giugno 1914).
Ogni reggimento di fanteria costituì il proprio reparto esploratori (4 ufficiali; 80-90 uomini tra sottufficiali, graduati e soldati) solitamente diviso in tre gruppi. Ogni gruppo aveva al comando un ufficiale esploratore ed era formato da quattro pattuglie. A ciascun comandante di gruppo fu assegnato un certo numero di uomini(possibilmente ciclisti) per il servizio di corrispondenza.
Nell’impiego dei reparti esploratori in montagna, per assumere informazioni di particolare importanza, poteva essere necessario inviare gli esploratori anche a molte ore di distanza dalla colonna.
Impiegati sia di giorno che di notte, frugando accuratamente il terreno, gli esploratori, oltre a rendersi esatto conto dei particolari topografici di esso, hanno modo di sventare i probabili agguati del nemico e di impedire l’infiltrarsi di pattuglie o di piccoli nuclei nemici fra i grossi ed i rispettivi elementi di protezione. Preso contatto col nemico, gli esploratori dovevano mantenerlo non solo, ma cercare di spingersi innanzi per giungere fino alle colonne nemiche. (cit. pag. 5, Le truppe d’assalto italiane, Salvatore Farina).
Nelle azioni contro il nemico in posizione, per stabilire dove si fosse rafforzato e in che modo, era fatto obbligo che le ricognizioni e le esplorazioni procedessero di pari passo su tutta la “fronte” e oltre la linea nemica.
Il 27 maggio 1915 il Generale Cadorna, da Fagagna, emanava le prime direttive per “infondere spirito offensivo ed aggressivo alle minori unità” e soprattutto agli “organi ed elementi esploratori”.
Così saranno utili, ed altrettanto da incoraggiare e premiare, audaci colpi di mano su deboli presidi nemici; una larga, intensa esplorazione che inondi il terreno nemico di pattuglie ecc. Tutto ciò contribuirà ad infondere nelle truppe quella superiorità morale sul nemico, che è coefficiente grandissimo di successo.
Invitava quindi i Comandanti delle Armate e della Zona Carnia a dare disposizioni che si possono così riassumere: ardimento, spirito offensivo, conquista della superiorità morale sul nemico. (N. 246 di P.G. del 27 maggio 1915. Oggetto: Carattere offensivo da imprimere alle operazioni).
Il particolare richiamo del Generale Cadorna, diretto ad infondere un nuovo impulso ai reparti esploratori, trovò sia la più larga rispondenza nei Comandi dipendenti, che la costituzione di tali reparti nelle unità superiori al reggimento. Ma in questo settore l’impiego di tali reparti esploranti ebbe una durata breve. La trincea reticolata e la deficienza dei mezzi per abbattere l’ostacolo passivo, richiese la formazione di minori unità speciali, incaricate di aprire i varchi alla fanteria pronta a scattare dalla trincea di partenza.
Col favore dell’oscurità piccole squadre in catena, ciascuna composta di 4-5 uomini, che siano abili tiratori si staccheranno dalle testate degli approcci ed insinuandosi tra le accidentalità del terreno, dovranno irradiarsi, protette dagli schermi mobili, verso i reticolati del nemico.
Gli uomini di ciascuna squadra incaricata della rottura del filo di ferro avranno:
a) strumenti da zappatore per improvvisare quelle protezioni che occorressero durante l’avanzata;
b) una coppia di pinze-tagliafili nel tascapane;
c) qualche sacco a terra e 4-5 bombe a mano;
Ad ogni gruppo di 3 o 4 di dette squadre sarà assegnata una squadra pure di 3 o 4 soldati del genio, che porterà qualche carica di gelatina concentrata od allungata.
(Comando Supremo: N. 496 di P.R.S. del 16 giugno 1915. Oggetto: Attacco di posizioni rafforzate).
Le cariche di gelatina concentrata erano impiegate tra i reticolati ed indirizzate contro i paletti; venivano impiegate quando l’operazione richiedeva la massima celerità. Le cariche allungate, invece, erano “insinuate” verso il piede del paletto ed impiegate quando l’operazione poteva essere eseguita con comodo.
Nei settori montani, lo spazio tra le nostre posizioni e quelle del nemico, poteva consentire una certa libertà di manovra. Ebbe così sollecita e pratica applicazione non solo un diffuso impiego degli elementi esploratori, ma anche la costituzione di minori reparti formati con elementi scelti, arditi, volontari, bene equipaggiati e ben provvisti di mezzi di nutrizione, comandati da ufficiali audaci e valenti, per intensificare le esplorazioni in territorio nemico con azione larga e ardita, incursioni ardite per distruggervi ricoveri, malghe, trincee, difese e simili, interrompere strade ecc., catturare prigionieri. (Comando Supremo, n.341 P.G. del 27 giugno 1915. Oggetto: Azioni di minori unità diretto alla 4. Armata e Comando Zona Carnia).
I vari reparti speciali costituiti secondo gli ordini emanati dal Comando Supremo, ebbero una formazione differente a seconda dei settori nei quali dovevano operare: diversa dipendenza tattica, una denominazione dissimile. Per lo più furono conosciuti col cognome dell’Ufficiale prescelto a comandare il reparto.
Nel Trentino, dopo il gran colpo di mano compiuto dalla 1. Armata nei primi giorni della guerra, si proseguì con una certa aggressività nelle operazioni offensive previste. Fu attuata contemporaneamente una grande ed instancabile attività dei minori reparti, prescritta con circolari che si susseguono dal 15 agosto 1915 con: n. 4142 R.R. direttive per esplorazioni e piccole operazioni offensive, al 4 dicembre 1915 con n. 11730 direttive per operazioni invernali.
E’ a tale proposito interessante riportare il pensiero e gli intendimenti del Comandante della 1. Armata, espressi in una dettagliata relazione (Comando 1.Armata, n.5430 P.R. del 7 settembre 1915. Oggetto: Azione dell’Armata) richiesta dal Comando Supremo il 29 agosto 1915, per giudicare la particolare combattività impressa in questo settore montano alle ricognizioni ed alle piccole azioni di reparti minori:
Ma oltre ad essa
(offensiva Altipiani-Tonale) io ho cercato di dare un impulso tutto speciale ad una continua esplorazione sul fronte, allo scopo di mantenerci bene a contatto con l’avversario e di avvertirne qualche mossa contro di noi, di mantenerlo in soggezione e ad un tempo di agguerrire le truppe dell’Armata, di non lasciare estinguere in esse lo spirito di aggressività, di mantenere elevato il morale. Con qualunque tempo, in ogni giorno, sono numerosissime le pattuglie che da ogni sottosettore sono spinte sul fronte, con scopi ben determinati, e talvolta con parziali risultati che sono favorevoli sotto ogni punto di vista…Poi, è a ritenersi, si inizierà una guerriglia invernale, ardita, vivace, la quale non potrà richiedere che l’impiego di piccoli reparti speciali. Avrà lo scopo di impedire che la situazione acquisita sia compromessa, che possibilmente in qualche punto sia migliorata, che al ritorno della stagione buona ci si possa trovare nelle migliori condizioni.
Alla metà dell’ottobre 1915 il Comandante della 1. Armata, nell’approvare le proposte inoltrate nel mese di settembre dal Comandante del V Corpo d’Armata, ribadiva i noti precedenti criteri aggressivi: Intendo però che sul fronte assegnato a codesto Comando di Corpo di Armata, dal giorno stabilito sia dimostrata una speciale attività, sia col fuoco d’artiglieria, sia con ardite numerose ricognizioni, sia con dimostrazioni intese a sviare l’attenzione dell’avversario dalla direzione nella quale appunto si vuole attaccare. (Comando 1. Armata, n. 8262 P.R. del 16 ottobre 1915).
Particolare era la situazione del settore Valsugana, che richiedeva sviluppi di piccoli atti, di ricognizioni, di dimostrazioni diversive. Queste azioni erano dirette ad agevolare la progettata vasta offensiva che doveva portare la nostra prima linea di resistenza sulle posizioni di Monte Broi, Sant’Osvaldo, Monte Collo. Gli ordini emanati dal Comando Supremo e dalla 1. Armata sulla speciale attività che doveva essere svolta nello stesso settore, determinarono la costituzione, ai primi di ottobre del 1915, della Compagnia volontari esploratori Baseggio. (Vedi dal n. 370 op. Riservatissimo al n. 1703 di P. op. Riservatissimo del 16 novembre 1915 del Comando 15. Divisione di Fanteria). Tale Compagnia venne formata con elementi volontari tratti dai reggimenti di fanteria di linea, dai battaglioni alpini e dai battaglioni di finanza. Fu alle dipendenze della 15. Divisione che occupava il settore della Valsugana. I componenti della Compagnia portavano il prescritto distintivo dell’esploratore (stella nera a sei punte) ed erano suddivisi in tanti plotoni esploratori a seconda della specialità di fanteria alla quale appartenevano. La Compagnia rese notevoli servigi nelle varie ricognizioni ed incursioni compiute. Meritevole e di particolare ricordo è quella sul Glockenthurn (novembre 1915). Fra le azioni, la conquista di Volto (falde est di S. Osvaldo) del 4-6 aprile 1916 con il concorso di un battaglione dell’84. Fanteria.
Il 4 maggio 1916 la Compagnia volontari esploratori venne sciolta in seguito ad ordine del Comando del V Corpo d’Armata per avere assolto il suo compito.



La Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio





Fin dall’11 novembre 1915, il Comando supremo italiano, per potersi regolare sui compiti a carattere offensivo da affidare alla 1°armata nel periodo invernale, aveva chiesto al suo comandante, gen. Brusati, di conoscere quali operazini di un certo rilievo egli ritenesse possibile e conveniente svolgere nei mesi successivi, tenendo conto delle particolari condizioni di clima e di terreno. In data 17 novembre il Brusati rispondeva proponendo, relativamente al settore Brenta-Cismon, di svolgere non meglio definite “operazioni contro lo sbarramento di Levico ed il Panarotta”, specialmente in caso di esito favorevole delle già iniziate azioni per il possesso della linea di cresta tra passo Cadino e forcella Valsorda (le sfortunate operazioni di Valpiana e Montalon, tentate tra ottobre e novembre). Forse senza rendersi bene conto della reale situazione, il Comando supremo, in data 26 novembre, stabiliva che in Valsugana si dovesse mirare all’occupazione della linea Borgo-passo Cadino- Cavalese. Praticamente si pretendeva di ottenere in inverno quello che la 15°divisione non era riuscita ad ottenere in tutto il 1915: il forzamento della linea dei Lagorai e la discesa in val di Fiemme. Il 21 gennaio del 1916 il gen. Brusati, escluso che si potesse operare con vantaggio durante l’inverno in direzione di forcella Cadino e Cavalese, proponeva al Comando supremo lo svolgimento di un’operazione in val Brenta intesa a migliorarvi la situazione difensiva con l’occupazione, da un lato, della testata della val di Sella e, dall’altro, delle posizioni austriache di monte Collo, S.Osvaldo e Spigolo Frattasecca. (La Battaglia di Sant’Osvaldo di Luca Girotto)




Il Comando Supremo Austriaco già dall’inizio delle operazioni aveva disposto per una ritirata delle sue truppe nel Trentino al di là della linea dell’Avisio. La previsione era che il Comando Italiano dovesse passare alla contr’offensiva, per migliorare le proprie posizioni di frontiera e conquistare la linea delle Alpi di Fassa.
Dopo qualche mese, visto che ciò non accadeva, mutò decisamente linea: rinforzò le difese, vi accumulò truppe, armamenti e servizi. Furono creati forti centri di manovra e di rifornimenti.
Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella “guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.
Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.
La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.
Così nacque i primi di ottobre 1915 a Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15°Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.
In pochi giorni la Compagnia fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari.
“Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante... tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…”.



Principali Azioni della “Compagnia della Morte”


1. Scorrerie sul Glockenthurm (Novembre 1915)
Il Glockerthurm era un gruppo di case visibili a grande distanza sulle falde del Fravort e del Monte Collo. Il Comando della 15° Divisione, convinto che in quel luogo avesse sede un importante Comando austriaco, decise una ricognizione in forze.
Alla Compagnia Baseggio fu assegnato l’attacco da destra, su Malga Trenca; ad una compagnia di Fanteria l’attacco dalla sinistra per S.Anna. Giunto davanti a Malga Trenca dopo un primo scontro a fuoco, inviò un plotone e le sezioni mitragliatrici a destra verso Monte Collo e avanzò protetto dalla nebbia, in direzione del Glockenthurm. A pochi passi dalle case gli austriaci aprirono il fuoco con mitragliatrici, e Baseggio diede ordine di ripiegare.

2. L’attacco a Montalon
Il valico di Montalon sulla cresta delle Alpi di Fassa, a Nord del contrafforte di Monte Valpiana, costituiva per gli italiani una delle vie naturali per impadronirsi della cresta. In mano agli austriaci era un ottimo punto d’appoggio per manovrare appoggiandosi alle posizioni avanzate di Monte Valpiana e di Col S. Giovanni e attaccare le retrovie italiane per i valloni del torrente Maso e del torrente Cia. L’occupazione della cresta delle Alpi di Fassa in questo tratto avrebbe inoltre agevolato l’avanzata frontale italiana perché veniva a minacciare il fianco e il rovescio delle posizioni austriache di Fravort e della Panarotta dominanti la Conca di Borgo- Strigno.
Da queste considerazioni nacque l’idea del Comando del V Corpo d’Armata, di un attacco in forze da Val Maso verso Montalon, in due colonne, una risalente Monte Valpiana e l’altra risalente il costone a Sud di Col S. Giovanni. Furono ammassati alla testata di Val Maso circa 5000 uomini e molte artiglierie. La Compagnia Baseggio fu incaricata di preparare l’attacco con scorrerie volte a disturbare il nemico e ad ingannarlo sulle reali intenzioni italiane
In dicembre con neve alta e freddo intenso, decisero di attaccare. Le due colonne principali l’una su Monte Valpiana e l’altra su Montalon, furono precedute da due battaglioni Alpini. Nella valle, a tenere il collegamento, avanzava un terzo battaglione alpino. Altri battaglioni di Fanteria seguivano in riserva, pronti a rinforzare l’una e l’altra colonna, o il centro secondo le circostanze. Le artiglierie preparavano l’attacco e appoggiavano le fanterie col loro fuoco da posizioni preparate alla sinistra del Maso.
Momenti di scompiglio nelle colonne, la mancanza di una visione esatta della situazione del Comando truppe, incertezza, fecero sospendere le azioni delle colonne. Fu dato l’ordine di ritirata generale in fondo valle.
Alla Compagnia Baseggio fu dato invece il compito di rimanere sul posto in retroguardia e protezione. Baseggio colse l’occasione di attaccare il Montalon, perdendo alcuni uomini. Assolto il mandato rientrarono nei giorni seguenti a Strigno, dopo aver raccolto parecchi sbandati e materiale abbandonato.

3. Attacco e conquista di monte Collo (Marzo 1916)
Monte Collo è un bastione elevato di 2000 metri che si allaccia per un lungo contrafforte al Passo delle Setteselle e si allarga all’estremità in un massiccio isolato e boscoso, dominante la Val Calamento, la conca di Torcegno e gli accessi della Conca di Borgo e il Salubio. In mano agli Austriaci rappresentava, nel 1916, un perno di manovra formidabile per sboccare sul fianco italiano o alle spalle in fondovalle, mentre in mano italiana sarebbe servito da gradino per la scalata frontale delle Alpi di Fassa, in corrispondenza del Colle delle Setteselle e sul fianco del Monte Fravort.
Vani erano stati gli sforzi per occupare Monte Collo, ma la posizione boschiva e il terreno aspro, opponeva grande resistenza e spirito offensivo nelle truppe destinate all’attacco.
Il Gen. Farisoglio, diede l’ordine di attaccare la posizione e affidò a Baseggio, anche il comando di una Compagnia Alpini.
La sorpresa e la rapidità d’attacco erano fondamentali. Scelse la notte durante una burrasca. Nevicava e per quattordici ore si inerpicarono sul monte Collo esplorando largamente il terreno per evitare sorprese. Con una rapida avanzata sbaragliavano la linea nemica, costringendo gli Austriaci a ritirarsi oltre malga Trenca. L’azione fu un successo.
La compagnia Baseggio proseguì i combattimenti rovesciando le trincee avversarie, iniziando il fuoco d’inseguimento.
Con questa azione monte Collo fu assicurato agli italiani e impedì la grande manovra aggirante degli austriaci per monte Cima e Castel Tesino.



4. Attacco a Prà del Voto (3-5 aprile 1916)




Dall’ottobre del 1915 all’aprile 1916 tutte le azioni della 15° Divisione Fanteria e in particolare quelle della Compagnia Arditi si erano susseguite con un unico scopo: quello di occupare la grande barriera delle Alpi di Fassa.
Così furono occupati successivamente il monte Salubio, il colle di S. Giovanni, il monte Valpiana e il monte Collo, seguendo un concetto di avanzata lenta ma razionale, continua.
Ai primi di aprile per completare la linea avanzata mancava ancora l’occupazione di S. Osvaldo, che avrebbe protetto le linee di fondo italiane in Valsugana, baluardo della difesa austriaca.
Alla fine di marzo 1916 il Comando decise l’occupazione a forza di S.Osvaldo e diede disposizioni per prepararla ed appoggiarla con le artiglierie del Carbonile, di Sant’Anna e con punte offensive di fanteria in fondo valle verso Novaledo.
Furono destinati all’operazione tre compagnie dell’84°fanteria, una compagnia mitragliatrici e la Compagnia Baseggio. In appoggio alle compagnie, le batterie da montagna, dal fondo valle, da S.Anna e le artiglierie di Carbonile e di Bagni Sella. Non diedero buoni risultati, a causa del terreno in forte pendenza ed essendo sprovvisti di punti di riferimento. I loro tiri risultarono quindi o troppo lunghi o troppo corti.
All’alba del 4 aprile 1916, la Compagnia Baseggio, assieme ad una compagnia dell’84° fanteria, occupò una posizione di fronte all’ala destra del trincerone austriaco, mentre un’altra compagnia dell’84° fronteggiava la parte centrale e la sinistra del trincerone. Le altre due compagnie erano tenute di riserva, più indietro.
All’alba le batterie italiane aprirono il fuoco.
A mezzogiorno, Baseggio decise di lanciare il plotone Bersaglieri all’assalto della parte centrale. Il mancato appoggio dell’84° compagnia determinò l’insuccesso dell’attacco. Anche il plotone Alpini, rimasto inchiodato nel bosco dal fuoco austriaco, subì perdite e non poté avanzare.
Nella notte l’azione finì. Baseggio decise, la mattina seguente, di lasciare due compagnie dell’84° fanteria a fronteggiare l’ala destra e il centro del trincerone, per impedire aggiramenti da parte degli austriaci. Con la sua Compagnia tentò invece l’assalto all’ala sinistra della posizione nemica, il cui terreno permetteva di avvicinarsi al coperto. Al comando “Avanti, alla baionetta”, gli austriaci, colti di sorpresa, risposero con fuoco accelerato da tutta la linea, ma fu troppo tardi. Gli italiani si riversarono nel trincerone e lo conquistarono. L’operazione era riuscita. Baseggio decise di piazzare le mitragliatrici in direzione di S.Osvaldo e ripartì subito per una ricognizione offensiva sul colle. L’intenzione era di studiare le vie del nuovo attacco da attuarsi all’alba del 6 aprile.





5. La battaglia di S.Osvaldo




L’intenzione del Baseggio era quella di attaccare S.Osvaldo con la sua compagnia e altre cinque dell’84°fanteria. Importante era che i battaglioni di rincalzo si avvicinassero e giungessero al Volto(oggi chiamato Voto) per sostenerli nell’azione o per raccoglierli poi nel caso d’insuccesso. All’artiglieria fu chiesto un intenso fuoco di preparazione.
All’alba del 6, i cannoni italiani tambureggiarono e coprirono la vetta del monte con un fuoco sostenuto.
Baseggio diede ordine alla Compagnia mitragliatrici dell’84°fanteria, alle sezioni del Tenente Pieri di rafforzarsi nel trincerone e da lì sostenere l’attacco italiano opponendosi in ogni caso a contrattacchi nemici, o proteggendo l’eventuale ritirata. Alla Compagnia, Baseggio affidò l’attacco principale per il costone di destra; di rincalzo due compagnie dell’84°fanteria. L’altra compagnia di fanteria fu spinta all’attacco di S.Osvaldo per il costone di sinistra. L’azione doveva essere rapida e simultanea, perciò le due compagnie laterali erano partite in precedenza. La Compagnia esploratori partì per ultima.
Un’ora durò l’ascesa e alle sette, il plotone Alpini, comandato dal giovanissimo tenente Galluzzo entrava, dopo un furioso corpo a corpo, nella prima trincea nemica e se ne impadroniva.
Nel frattempo l’artiglieria italiana aveva allungato il tiro, dopo l’avanzata, battendo le retrovie fino alla Frattasecca e alla Panarotta, con tiro d’interdizione.
“Tre, quattro, cinque volte i miei Arditi dovettero cedere e abbandonare la trincea e ogni volta si slanciarono avanti e la riconquistarono da soli, con coraggio e tenacia ammirabili.” Ma le perdite aumentavano. Attorno giacevano morti o feriti. Mancavano i rinforzi e le munizioni. Delle due compagnie che avevano attaccato lateralmente non giungevano più notizie. Nemmeno dalla valle. La compagnia di rincalzo dell’84°fanteria era rimasta al limitare del bosco.
Andarono all’assalto con quanti uomini rimanevano. Gli ufficiali erano quasi tutti morti o feriti.“Dei miei arditi non me ne rimanevano che una cinquantina. Col cuore infranto, stringendo i pugni per la rabbia mi portai di nuovo in testa alla compagnia di rincalzo e incitando e spingendo quei soldati, cercai di trascinarli nella trincea. Sforzi vani.”
Prima di mezzogiorno la situazione degli attaccanti era ormai compromessa ed il Baseggio si rendeva conto dell’inanità di ulteriori tentativi, dando ordine ai reparti di ripiegare sulle posizioni occupate il giorno prima a Voto e Valcanaia; ad altre truppe, non alle sue, sarebbe stato concesso di occupare quella chiesetta, così vicina eppure irraggiungibile.
“Quel rosso sangue, unito al bianco della neve e al verde degli abeti era il terzo colore che quel giorno il Destino non volle fosse riunito con gli altri due, simbolo del nostro vittorioso Vessillo” (tenente Vacchetta della Compagnia Baseggio).
L’azione, anche a detta di chi la osservava dai settori laterali, si era sviluppata in modo confuso e slegato, senza riuscire nell’intento avvolgente con il quale era stata concepita: il risultato, l’unico della giornata, fu la quasi totale distruzione della Compagnia Baseggio.
Nei tre giorni di lotta essa, partita da Roncegno con un organico combattente di circa 200 uomini, aveva riportato complessivamente 146 perdite tra morti, feriti e dispersi.
Il 12 aprile 1916, in un prato di Scurelle, dopo le parole di commiato del comandante, gli “arditi” gli consegnarono la “bandiera della Compagnia” e rientrarono ai loro Corpi di provenienza.
La Compagnia venne sciolta, infatti, nei giorni successivi, sia per la difficoltà di ripianare le perdite, sia soprattutto perché era venuta a cessare la necessità di un reparto autonomo esplorante, essendo giunte le linee italiane ed austriache praticamente a contatto.
Nemmeno per gli austriaci, la lotta per il possesso dell’insanguinato cocuzzolo di S.Osvaldo era comunque stata uno scherzo. Con i Landesschutzen di monte Broi respinti sempre più in alto, sullo spigolo Frattasecca e nelle posizioni di Voto e Valcanaia i bombardamenti italiani avevano aperto larghi vuoti nelle fila dei difensori. Cristoforo Baseggio non seppe mai quanto vicino al successo egli fosse giunto in quel fatidico 6 aprile: subito dopo che i volontari esploratori, decimati e sfiduciati, avevano ripiegato su Voto gli austriaci, non ritenendo più possibile resistere, avevano infatti ritirato i resti delle sue due compagnie sulla q.1623 dello Spigolo Frattasecca, immediatamente sopra il ripiano di S.Osvaldo, lasciando solo un avamposto presso la chiesetta.
Contro ogni loro aspettativa, gli italiani si accontentarono però di quanto fino ad allora conseguito, trincerandosi più in basso, ad un tiro di fucile dal rilievo.(La Battaglia di Sant’Osvaldo di Luca Girotto)



L’eredità del Baseggio


“L’arditismo” per Baseggio non significa solo uno speciale metodo di combattimento, svincolato da rigidi formalismi disciplinari. Riflette soprattutto la fede e l’audacia che anima e spinge a tentare imprese difficili e ardue, ad affrontare pericoli. Ha radice nell’amore alla Patria e nella fiducia nel Comandante.

“Generali di fama come Graziani, Farisoglio, Spiller, convenivano che in una Guerra, come la nostra, dove la scelta dell’elemento umano è difficile per il gran numero dei richiamati alle Armi; dove il soldato viene ad essere forzatamente, nella media, di qualità fisiche e morali mediocri, è necessario che truppe speciali e scelte, guidate da Comandanti che solo si rilevano nelle circostanze e non possono esser preparati nelle scuole, svincolati dalle troppo rigide norme tattiche e disciplinari, siano lanciate con dovizia di mezzi e libertà di movimenti, alla conquista di posizioni difficili o in avanguardia alle altre truppe, per eccitarle con l’esempio o per facilmente superare il primo e più terribile momento della mischia.”
E’ stato da più parti sostenuto, in particolare nel dopoguerra, che il Baseggio con la sua Compagnia della Morte, rappresentino gli antesignani degli arditi dell’esercito italiano.
In realtà gli storici, pur riconoscendo l’importanza del ruolo svolto dal Baseggio, fanno risalire la fondazione della specialità degli arditi all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano (UD).
I neonati reparti d'assalto si svilupparono quindi come corpo a sé stante, con una propria divisa ed un addestramento differenziato e superiore a quello dei normali soldati, da impiegarsi a livello di compagnia o di intero battaglione.
Rimane comunque importante l’esempio fornito dal Baseggio che, per primo, seppe organizzare all’interno dell’esercito italiano un gruppo di esploratori, con caratteristiche ben precise e definite, che si troveranno poi anche nel corpo degli arditi, quale condotta aggressiva della guerra di trincea con rapidi colpi di mano, azioni di pattuglia notturne, infiltrazione dietro le linee nemiche.
Tale ruolo è stato a più riprese riconosciuto esplicitamente dagli ufficiali superiori del Baseggio.
Le citazioni in corsivo sono perlopiù tratte dagli appunti di Cristoforo Baseggio.




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17/03/2017
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