La Guerra - Gruppo Alpini Roncegno

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La Guerra

La 1a G.M.




LA GUERRA

di Vitaliano Modena


Quali le spinte alla guerra?


Le aspirazioni contrastanti delle nazioni su territori europei, asiatici e africani; la politica di espansione di alcuni Paesi inevitabilmente in conflitto con quella perseguita da altri; il frequente clamoroso mutamento di alleanze in base agli interessi nazionali o alle proprie mire espansionistiche: tutta questa incalzante sovrapposizione di interessi favorì, già prima del fatidico 1914, l'acuirsi di una  tensione nelle relazioni internazionali e il diffondersi nelle potenze della convinzione dell'inevitabilità della guerra.
Ma di chi sono le maggiori responsabilità della prima guerra mondiale?
La tradizione storica attribuisce una buona parte di tale responsabilità alla Germania che bramava di avere maggior peso nel contesto internazionale commisurato alla sua potenza economica; Francia e Russia le potenze da ridimensionare. Per soddisfare queste aspirazioni il comando tedesco, sostenuto dal Kaiser incontrastato arbitro della politica nazionale, aveva messo a punto un piano di guerra fin dal 1906 e avviato dal 1912 un programma di riorganizzazione dell'esercito e della marina da guerra, attuato per l'estate 1914.
Considerato che il piano di mobilitazione prevedeva almeno quindici giorni di tempo per essere attuato e il fatto che dopo soli due giorni dalla mobilitazione (1 agosto) l'esercito tedesco era già in Belgio in marcia verso la Francia, se ne deduce che prima ancora dell'ultimatum austriaco alla Serbia l'imperatore Guglielmo II aveva già deciso quando e a chi fare la guerra
(M Flores, Il secolo-mondo. Storia del Novecento.).

Ma se la responsabilità della Germania nell'aver dato inizio alla guerra è comunemente condivisa, anche quella delle altre forze in campo non può essere sottaciuta. A questo proposito scrive Flores nell'opera “Il secolo-mondo. Storia del Novecento”: «[Responsabili] lo sono altrettanto la debolezza, incertezza, contraddittorietà delle risposte tentate dalle altre grandi potenze. Tutte, in qualche misura, condividevano le illusioni che la diplomazia avrebbe all'ultimo bloccato la guerra e che in ogni caso questa sarebbe stata breve. I governi, indeboliti di fronte al potere crescente dei militari e prigionieri dello stesso furore patriottico che hanno iniettato nella società per conquistarne il consenso, non hanno la capacità di prendere decisioni immediate e soprattutto concordate a livello internazionale.»
Vi sono evidentemente poi altre responsabilità, per le quali rimandiamo a trattazioni specifiche. Per lo storico John Keegan, invece, lo studio approfondito della prima guerra mondiale porta alla conclusione che le sue origini e il suo svolgimento sono un mistero.
Di cause se ne trovarono fin troppe. Ma resta il fatto che quel tragico conflitto poteva essere evitato, e con esso risparmiati milioni di morti e non avviata la concatenazione di eventi che portarono alla seconda guerra mondiale.



Le forze pronte a schierarsi


Cerchiamo di vedere, in modo semplice, quali furono le potenze europee (e poi mondiali) coinvolte nel conflitto, tutte motivate alla guerra ma incuranti degli effetti disastrosi che ne sarebbero conseguiti.
Dopo un trentennio di accordi internazionali fatti e disfatti più volte da un complesso e convulso gioco diplomatico, l'Europa si ritrovò all'inizio del 1914 divisa in due schieramenti l'uno contro l'altro sempre più armato e agguerrito. Un gruppo comprendeva le potenze attratte nell'orbita inglese (con Francia e Russia
(La Triplice Intesa fu stretta nel 1908 tra Gran Bretagna, Francia e Russia, soprattutto come difesa dalle minacce tedesche.), sopra tutte, cui si aggiunsero successivamente Italia e Romania; il Giappone e più avanti gli Stati Uniti e la Grecia completarono la coalizione mondiale dell'Intesa). L'altro gruppo era rappresentato dalle potenze della Triplice Alleanza" (La Triplice Alleanza venne firmata a Vienna fra i rappresentanti austriaco, tedesco e italiano.), stipulata nel 1882, con Austria Ungheria e Germania in posizione centrale e, con variazioni successive, Italia e Romania che si staccheranno dalle potenze centrali per affiancarsi all'Intesa, sostituite nell'Alleanza dall'impero ottomano e dalla Bulgaria.
Alla soglia del conflitto, la politica e l'economia dei Paesi europei erano influenzate dai comandi militari. I militari, tesi a garantire al proprio Paese una posizione di primo piano nello scacchiere internazionale, erano riusciti a trovare l'appoggio di larghi strati della popolazione, non solo di quelli elitari. Il nazionalismo aveva ormai contagiato tanto le classi dominanti quanto le masse popolari (escluse quelle contadine) che si trovarono spinte a considerare il bene della patria patrimonio assoluto da affermare e difendere contro i nemici. Superate le visioni di parte, si era formata una fervente unità fra i vari strati sociali alimentata da una tale eccitazione patriottica a sostegno della guerra da sfociare in aperte manifestazioni di giubilo allorché il conflitto divenne coinvolgente realtà. Marginali e meno influenti le voci pacifiste.

L'inizio delle ostilità trascinò nello scontro armato uno dopo l'altro i vari Stati che avendo coltivato ragioni di conflittualità, accumulato scontento e aspirazioni represse (ad esempio in campo coloniale), e alimentato sentimenti revanscisti si trovarono tra le mani un tessuto internazionale ormai lacerato e non componibile. In un mese circa, per il meccanismo delle alleanze, le principali nazioni europee si trovarono coinvolte nell'immane tragedia.
Così la guerra, che aveva come principale posta in gioco l'egemonia in Europa, finì per incendiare il mondo intero.



Le bandiere della pace alle nostre finestre

Nella nostra odierna società la sensibilità per i valori della cultura e dello spirito, riconducendosi per noi italiani alla nostra Costituzione (La Costituzione, nei Principi Fondamentali, riporta all'art. 11: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»), e non solo, ha accresciuto e diffuso un desiderio di pace inteso specialmente come ricusa della guerra.
Il rifiuto della guerra trova alimento anche nell'amara constatazione che essa non è solo una consuetudine dei secoli passati, ma prospera anche attualmente in più parti del mondo con decine e decine di conflitti aperti fra regimi, popoli, etnie ecc., causa di milioni di morti, di perpetuazione di odi, di miseria, di disagi d'ogni sorta, di mancato sviluppo ...
L'ostilità ai conflitti aperti di cui si diceva, pur ricca di sfumature e motivazioni diverse, s'è radicata in ampi strati della popolazione.
Anche se occorre dire che concordia, serenità e comprensione nella vita sociale e nei rapporti interpersonali (anch'esse elementi costitutivi di una situazione di pace) non stanno progredendo affatto e sono ben lungi dal permeare di sé la vita individuale, familiare e collettiva del nostro vivere civile
(Infatti, allorché intendiamo la pace come tranquilla convivenza, armonia o addirittura amore reciproco com'è nello spirito di varie religioni e movimenti, la troviamo confinata troppo di frequente ai margini dei comportamenti sociali sopraffatta dalle controversie, dalle cause civili, dai conflitti ad ogni livello. Tanto che il primo presidente della Suprema Corte di Cassazione Nicola Marvulli, nella relazione inaugurale dell'anno giudiziario 2006 letta al cospetto delle più alte autorità dello Stato, rilevò nel Paese una elevata realtà litigiosa con effetti sensibili sull'amministrazione della giustizia.).
Tornando alla pace intesa come condizione di uno Stato non in guerra con altri, ricordiamo quanto fece notizia sulle prime pagine dei giornali (erano i primi di ottobre del 2002) la discussione nel nostro Parlamento circa l'invio di un migliaio di alpini in Afghanistan, destinati a partecipare alla missione Enduring Freedom sotto l'egida dell'ONU. L'intervento del contingente italiano era stato sollecitato dal governo afgano per sostituire quello britannico destinato, di lì a poco, a schierarsi a fianco degli U.S.A. nel probabile conflitto con l'Iraq.
La missione militare italiana si preannunciava insidiosa, venendosi a collocare nell'ambito della lotta internazionale al terrorismo, con compiti specifici di sicurezza e di controllo di un territorio potenzialmente ostile qual era l'area di confine con il Pakistan.
La possibilità che gli alpini s'imbattessero in bande armate e in gruppi organizzati fedeli al passato regime talebano era molto concreta, e le montagne dell'Afghanistan non erano certo posti tranquilli e ospitali.
La decisione parlamentare avvenne con forti discussioni, contrasti e conseguenze politiche (spaccatura dell'Ulivo e tensione nel Paese). Nelle città si preannunciarono cortei, giornate di protesta, marce della pace, veglie di preghiera e mobilitazioni da parte di alcuni partiti, associazioni, studenti, "Giovani della pace" e cittadini che, ponendo in correlazione l'invio degli alpini in Afghanistan con le notizie di un'imminente guerra contro l'Iraq, sollecitavano a ogni costo il disimpegno militare dell'Italia.

Il no alla guerra esplose poco più tardi con le manifestazioni per la pace contro l'ormai certa invasione dell'Iraq, promosse a partire dal 15 febbraio 2003. Le agenzie di stampa comunicarono in quei giorni che nelle vie e nelle piazze di 600 città (300 di queste americane) di settanta Paesi si riversarono 110 milioni di persone, di ogni estrazione sociale ed età. Furono, in genere, manifestazioni serene, prive di spirito di violenza, con la parola PACE (o PEACE) scritta sugli striscioni e sulle bandiere arcobaleno agitate e appese ovunque, dipinta sulle facce degli adolescenti, ripetuta in canzoni e slogan.
«Dagli Stati Uniti all'Oceania, i manifestanti di 72 Paesi chiedono di bloccare l'attacco militare all'Iraq»: questo il titolo del Corriere della sera del 16 febbraio 2003 che nel sommario, a proposito dell'imponente manifestazione di Roma, scriveva: «Un immenso corteo ha invaso Roma.»
Manifestazioni, discorsi, testimonianze, comportamenti che hanno fatto riflettere gli opinionisti. Tanto che la folla dei contrari alla guerra nel mondo fu definita, in quei giorni, dal New York Times, come la seconda nuova superpotenza mondiale con la quale occorreva fare i conti.
Un avvenimento mondiale di notevole portata, questo delle marce della pace, che testimoniarono quanto l'opinione pubblica provasse inquietudine nei confronti della tensione presente in molte parti del mondo. Un sondaggio di Renato Mannheimer dava 1'85% degli interpellati italiani contrari alla guerra.



Le manifestazioni di entusiasmo per la guerra nel 1914

In passato non era proprio così, come sopra abbiamo detto riferendoci ai giorni nostri.
La guerra era spesso fortemente voluta dagli ambienti sociali più influenti e non rifiutata dalla gente comune.
Enzo Biagi, nella sua rubrica "Strettamente personale"
(Corriere della sera del 16 febbraio 2003.),  scriveva: «Ricordo una battuta che circolava tra i futuristi: "Guerra, sola igiene del mondo."»
Hegel considerava la guerra un fatto rilevante (di qui l'accusa di essere militarista) per gli effetti secondari positivi che aveva sul carattere degli individui e sulla comunità.
A questo proposito scrive Fukuyama
(Francis Fukuyama è nato a Chicago nel 1952, studioso ed analista politico, segretario al Dipartimento di Stato americano per la pianificazione politica. È autore di molti articoli, saggi e libri che hanno promosso frequenti dibattiti nel panorama culturale e politico internazionale. Secondo Fukuyama il motore di ogni dialettica storica è la lotta per il riconoscimento delle nazioni (e questa lotta può portare all'imperialismo e alla guerra fra gli Stati) e degli individui (singoli o associati) che vogliono veder riconosciuta la propria dignità e affermato l'amor proprio di persone e di cittadini): «Hegel riteneva che senza la possibilità della guerra e dei sacrifici che essa richiedeva gli uomini si sarebbero rammolliti ed avrebbero pensato solo a se stessi, la società sarebbe diventata una palude di edonismo egoistico e la comunità avrebbe finito col dissolversi.» Ne deriva che anche nelle democrazie liberali se «ogni generazione avesse potuto combattere una guerra breve e decisiva per difendere la propria libertà e la propria indipendenza sarebbe stata di gran lunga più sana e soddisfatta di una vissuta in pace (F. Fukuyama, La fine della Storia e l'ultimo uomo. Per inciso, ricordiamo che la tesi di questo libro, uscito nel 1992, intende dimostrare che con la fine della Guerra fredda, la disintegrazione dell'Unione sovietica e l'apertura al mercato della Cina non sono rimasti rivali ideologici alla democrazia liberale. Di contro, e già prima dell'll settembre 2001, giorno dell'attacco terrorista al World Trade Center, lo storico e filosofo politico Samuel Huntington affermava nel libro Lo scontro delle civiltà (1993, da Garzanti nel 1996) che i valori della democrazia occidentale avevano quali formidabili oppositori le religioni e le culture di altre civiltà, a partire da quella musulmana. E prospettava una crescente conflittualità tra queste culture organizzate e il mondo occidentale. Non parliamo poi del politologo statunitense Robert Kagan che nel suo libro Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Mondadori, settembre 2008) sostiene ciò che ormai è evidente a tutti: «La storia, con il suon ingombrante seguito di guerre, equilibri di potere e caos, è tornata a tenere corte", ed identifica i pericoli maggiori per i valori democratici occidentali nel ritorno sulla scena geopolitica mondiale di autocrazie potenti come la Russia e la Cina intenzionate ad estendere la loro influenza su altri Paesi fornendo loro aiuto finanziario e militare.).
Nello stesso libro di Fukuyama, a proposito del conflitto 1914-18, leggiamo quanto dice a proposito delle motivazioni che spinsero le nazioni alle armi e all'atmosfera di entusiasmo popolare che sostenne nelle piazze la loro adesione al conflitto: "La noia prodotta dalla pace e dalla prosperità ha avuto in passato conseguenze di gran lunga più gravi. Prendiamo, ad esempio, la I Guerra mondiale. Nonostante tutti gli studi fatti, le vere cause di questo conflitto non sono ancora chiare e si prestano ad interpretazioni  contrastanti. Quelle che normalmente vengono addotte sono il militarismo ed il nazionalismo tedesco, il progressivo venir meno in Europa dell'equilibrio delle forze, la crescente rigidità del sistema delle alleanze, l'accento posto dalla strategia e dalla tecnologia sul principio che la miglior difesa era l'attacco, la stupidità e l'avventatezza dei responsabili politici, ed ognuna di esse contiene elementi di verità. Ma oltre a queste ce ne fu un'altra, immateriale ma determinante: in Europa molta gente voleva la guerra semplicemente perché era stufa di una vita vuota e priva di ogni senso comunitario.
Parlando delle decisioni che portarono alla guerra, la maggior parte degli storici concentra la propria attenzione sui calcoli strategici, senza tener conto dell'enorme entusiasmo popolare che servì a spingere tutti i paesi alla mobilitazione. Il duro ultimatum austro-ungarico alla Serbia in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo venne salutato a Berlino da frenetiche manifestazioni di simpatia per l'Austria-Ungheria, nonostante che la Germania non fosse implicata direttamente nella faccenda. Per sette giorni, dalla fine del luglio 1914 ai primi di agosto, vi furono enormi dimostrazioni nazionalistiche davanti alla sede del Ministero degli esteri ed alla residenza del Kaiser, e quando il 31 luglio quest'ultimo rientrò a Berlino da Potsdam, il corteo delle automobili venne sommerso dalla folla che chiedeva a gran voce la guerra. Fu in questa atmosfera che vennero prese le decisioni che portarono al conflitto.
Scene analoghe si ripeterono durante questa stessa settimana a Parigi, a Pietrogrado, a Londra ed a Vienna. E gran parte dell'entusiasmo di queste folle era dovuto al fatto che la gente pensava che la guerra avrebbe finalmente portato all'unità nazionale ed avrebbe cancellato le divisioni tra capitalisti e proletari, tra protestanti e cattolici e tra agricoltori e braccianti che caratterizzavano la società civile.  
A proposito delle folle berlinesi un testimone scriveva: "Nessuno conosce l'altro, ma tutti sono afferrati da un sentimento prorompente: guerra, guerra, e da un senso di solidarietà."
Dal Congresso di Vienna, che aveva suggellato la fine delle guerre napoleoniche, al 1914 l'Europa aveva goduto di un secolo di pace, in cui la fioritura della civiltà tecnologica moderna aveva portato al vecchio continente una prosperità materiale senza precedenti, trasformando la sua società in una società della classe media. Le manifestazioni in favore della guerra che ebbero luogo nelle varie capitali europee nell'agosto 1914 possono essere considerate in una certa misura come ribellioni contro questa civiltà della classe media, tutta sicurezza e prosperità ma senza l'ombra di una sfida, di un rischio.»

In effetti nell' estate 1914 Vienna viveva uno stato di eccitazione e di esaltazione a favore della guerra. Fu altrettanto a Berlino e a Parigi.
Le voci fuori del coro, che manifestavano odio e orrore per il conflitto, non mancavano, ma non godevano di larga considerazione
(Una di queste voci contrarie alla guerra fu quella dello scrittore viennese Stefan Zweig, di origine ebraica; egli mise in evidenza il clima di irresponsabile spensieratezza che regnava nella capitale austriaca in quel tempo: "Niente indica che siamo in tempo di guerra; niente, niente, niente può trattenere la bramosia di divertimento viennese.» Nel 1918 scrisse il dramma Jeremias, fortemente antibellicista.).
Fu un fenomeno tanto vistoso e diffuso (e, col senno di poi, tanto stridente con la gravità della situazione), che è riportato in tutti i libri di storia o che alla storia di quel tempo si rifanno. Leggiamo nel libro di Flores precedentemente citato:
«Ovunque si registrano manifestazioni d'entusiasmo, di appoggio convinto ai propri governanti, d'identificazione con i propri eserciti, di abbraccio collettivo alla nazione; e a parallele esplosioni di odio e ostilità nei confronti del nemico [...].
Tutti i partiti sono presto coinvolti e risucchiati in questa corsa alla dimostrazione di amar di patria, di coraggio, di fede nella nazione.»
Entusiasmo fu manifestato dalla gioventù borghese, dalle masse popolari che invadevano esultanti le strade delle città e manifestavano nelle stazioni ferroviarie al passaggio dei convogli militari, dagli stessi giovani chiamati alle armi.
Alla frenesia nazionalistica delle capitali europee si contrapponeva una preoccupata rassegnazione nelle valli e nei paesi di campagna. Ma saranno le metropoli con la stampa, i giovani, gli intellettuali (protesi a creare quel clima nazionalistico e patriottico pervaso di odio per il nemico e coniugato con il dovere del sacrificio personale e il fascino dell'avventura) a plasmare quei sentimenti che diventeranno prevalenti nell'opinione pubblica.

Ma quando la guerra si tolse la maschera e mostrò il suo vero volto spietato (per vederlo non si dovette attendere molto), allorché le notizie dei morti e dei feriti principiarono a rincorrersi senza tregua e le sconfitte sul campo a farsi pesanti e le difficoltà economiche ad imporsi con asprezza, allora le scene di giubilo ammutolirono, le illusioni vennero a cadere, cominciò a insinuarsi nei più la vergogna per la sventatezza dimostrata, subentrò lo sconforto per i figli caduti e la paura del peggio per tutti gli altri e per la Patria. Il gran numero di morti, di feriti, di mutilati e ammalati prodotti in soli pochi mesi di guerra svelarono una realtà inaspettata e tremenda.
Quando alla fine si conteranno i morti, il loro numero apparirà spaventoso: poco meno di nove milioni, quasi tutti giovani e molti padri di famiglia, soprattutto europei. «Una generazione perduta», scrive Flores
(Ibidem. E Flores specifica anche, nel suo libro, il numero di morti per le principali nazioni belligeranti: "Oltre due milioni di tedeschi, un milione e ottocentomila russi, quasi un milione e quattrocentomila francesi, più di un milione di austroungarici, ottocentomila turchi e britannici, seicentomila italiani, trecentomila serbi e rumeni.»).
 
E la voglia di guerra esplosa nell'estate 1914 col tempo si mutò in bisogno di pace. Principalmente fra coloro che la guerra la dovettero realmente subire. "A quando la pace?" scrivevano di continuo i soldati dall'inferno del fronte e i profughi dalle terre di esilio.


La gente trentina e la guerra

I canti, i fiori e le bandiere le videro anche i soldati trentini, in genere contadini e montanari, che quelle manifestazioni festose nelle città e nelle stazioni non condividevano. La partenza dai paesi trentini o dal capoluogo avvenne, per i soldati delle nostre valli, con ben altri sentimenti nel cuore. Si staccavano angosciati dalle loro case e dalle consuete attività, e il loro era un viaggio verso un ignoto assolutamente incerto, fosco, che nulla aveva di esaltante.
La popolazione delle valli trentine era in gran parte estranea alle motivazioni ideologiche e politiche del conflitto. La guerra venne accettata solo come obbedienza, come dovere ineludibile, come disponibilità al sacrificio e alle prove più dure perché ciò era richiesto dallo Stato.
Vi furono anche giovani trentini, in genere studenti degli istituti superiori o universitari, qualche operaio e iscritti alle libere professioni, i quali, accogliendo l'appello all'irredentismo guidato da Cesare Battisti e intravedendo l'occasione per il passaggio del Trentino all'Italia, sostennero la campagna interventista dell'Italia a fianco dell'Intesa. Non pochi giovani fecero di tutto per riparare oltre confine arruolandosi poi nell' esercito italiano.
In Italia la maggioranza della popolazione era favorevole al mantenimento della neutralità. Gli interventisti però, pur inferiori di numero, erano molto più attivi nella propaganda e nelle forme di pressione nei confronti del governo italiano. Le dimostrazioni organizzate nel maggio del 1915 nelle maggiori città della penisola favorirono anch'esse l'adesione alla guerra.



La mobilitazione generale della società


Il primo agosto 1914 le popolazioni anche dei più piccoli villaggi trovarono affisso il proclama che chiamava alla guerra i giovani e gli uomini dai 21 ai 42 anni. Costoro ricevettero tosto una carta di destinazione, vidimata dall'autorità politica distrettuale cui apparteneva il luogo di dimora, secondo la quale "l'obbligato alla leva in massa dovrà recarsi al più presto possibile direttamente alla sua destinazione al più tardi 24 ore dopo la pubblicazione del bando e della chiamata della leva in massa."

Al richiamo alle armi degli uomini atti al servizio militare fece seguito la mobilitazione della popolazione. Tutta la società, quindi istituzioni, scienza, tecnologia, cultura, mezzi di comunicazione furono coinvolti nell'emergenza guerra. Il settore industriale fu utilizzato o convertito alla produzione di strumenti bellici, sempre insufficienti a coprire le enormi richieste dell'apparato militare. Durante la guerra la forza lavoro nei vari settori produttivi divenne sempre più femminile.
Le necessità finanziarie dello Stato vennero sostenute con i prestiti forzosi di guerra, "ben otto dal novembre 1914 al 1918.»
(M. Garbari, "La prima guerra mondiale e il Trentino", in Percorsi di storia trentina.). Alla popolazione venne imposta anche un'altra contribuzione attraverso l'inflazione (che di fatto aveva gli effetti di una tassa), dovuta in parte ai rincari delle merci quale conseguenza dei blocchi commerciali e in parte al ricorso straordinario alla stampa di carta moneta.
I diritti civili vennero sospesi e subordinati ai provvedimenti speciali emanati all'inizio della guerra nel 1914 e ancor più allo scoppio della guerra con l'Italia.  La società ne risultava militarizzata.  Ampie funzioni dell'amministrazione civile e della politica passarono all'autorità militare.

Il blocco navale organizzato dalla flotta inglese con appoggio di quella americana ebbe conseguenze pesanti sui rifornimenti dell'Austria-Ungheria e della Germania, con effetto negativo tanto per gli eserciti quanto per le popolazioni, in special modo quelle austriache. Il generale peggioramento delle condizioni di vita ne divenne la conseguenza inevitabile: alla minore disponibilità di denaro si aggiunse la difficoltà di reperire prodotti di prima necessità, che perciò furono razionati.
Per i più poveri questa situazione si tradusse in denutrizione, aumento delle malattie e delle morti.



La partenza dei militari trentini

La difesa del territorio tiro lese era già da un paio di secoli organizzata autonomamente con truppe addestrate a operare nel proprio ambiente. (Particolarmente utile il libro di E. Acerbi, Le truppe da montagna dell'esercito austro-ungarico nella Grande Guerra 1914-1918.).
Alcune milizie sono riconducibili al suffisso Schützen (tiratori) assegnato alle truppe di fanteria leggera che si segnalavano per l'abilità nel tiro.
Con la leva in massa dei primi d'agosto del '14 tutti gli uomini abili tra i 21 e i 42 anni indossarono l'uniforme di varie milizie:

KAISERJÄGER. Cacciatori imperiali tirolesi, corpo della Guardia dell'Imperatore, con una forte presenza di trentini (40% allo scoppio della guerra). Preposti alla difesa del territorio, fecero parte dell'esercito come divisione d'elite. Pur non essendo, nel '14, considerate truppe alpine, durante la guerra operarono a lungo in ambienti montani diventando l'immagine stessa del soldato di montagna.
Nel 1914 furono inviati sul fronte russo in Galizia, presenti nelle numerose battaglie, anche sui Carpazi.  
Con l'entrata in guerra dell'Italia, privati degli elementi trentini, i Kaiserjäger si trovarono a difendere il Tirolo.

LANDESSCHÜTZEN (tiratori territoriali), dal 1917 Kaiserschützen. Milizia di difesa del territorio tirolese. Pur essendo unità di fanteria furono addestrate come truppe di montagna.
Quando il territorio non era in pericolo, v' era la possibilità di inviare i Landesschützen anche fuori dei confini territoriali.  Per questo, nel 1914, furono inviati anch'essi in Galizia (e li troveremo a Leopoli, Grodek, Tarnow, sui Carpazi ecc.).
Dal 1915 furono avviati verso il Trentino e l'Isonzo. Il II reggimento operò nel 1916 anche in Valsugana e sul monte Corno, dove furono fatti prigionieri Battisti e Filzi.

LANDSTÜRM. Unità create per la difesa del territorio di appartenenza, formate da uomini idonei al servizio militare di età compresa fra i 33 e i 42 anni; età elevata a 50 dal maggio 1915.
In guerra, questa milizia fu inserita come arma combattente nelle grandi unità, adibita a servizi di retrovia e a coprire improvvise carenze di complementi. Furono quindi delle truppe ausiliarie, ma si trovarono talora a combattere anche in prima linea.

STANDSCHÜTZEN (schützen volontari).
Milizia dei tiratori scelti, reclutati localmente nei paesi tirolesi tra gli appartenenti ai circoli locali di tiro a segno. Gli Schützen volontari rientravano anch'essi nella consolidata tradizione dell'autodifesa del popolo tirolese. Impiegati in compagnie difensive anche nel 1848, l'anno delle rivoluzioni nazionali, seppero farsi onore.
Allo scoppio della guerra si fece urgente pensare pure alla difesa dei confini meridionali dell'Impero nell'eventualità che l'Italia decidesse di passare dall'altra parte.
Lo Stato Maggiore stabilì di arruolare truppe di Schützen volontari da affiancare alle unità dell'esercito regolare. L'appello ai volontari riguardava i giovanissimi non ancora obbligati al servizio militare (dai diciassette anni) e gli uomini che per età ne erano esonerati. Il proclama di arruolamento dei volontari invitati a mettersi a disposizione della patria in pericolo fu sostenuto dalla federazione regionale degli Schützen, dalle associazioni locali, dai municipi, dalle parrocchie.
In maggio l'arruolamento e l'addestramento degli Standschützen era completato; il Comando militare poteva contare su 24.137 uomini (ridotti poco dopo a meno di 20 mila); gli ufficiali appartenevano alla stessa popolazione locale e all'ambiente degli Schützen.
Nel momento dell'entrata in guerra dell'Italia, nel settore meridionale tirolese si trovavano solamente 34.000 uomini appartenenti alle truppe regolari.
Impossibile con quelle forze fermare l'avanzata italiana, impossibile trasferire per il momento truppe dal fronte orientale troppo impegnativo. Così entrarono in azione i volontari, gli Standschützen, che riuscirono nel compito loro affidato di costituire un primo baluardo di difesa, fino all'arrivo di unità regolari dell' esercito.
Rimasti nel Tirolo trentino, li troviamo presenti pure sul fronte valsuganotto e, per quanto ci riguarda più da vicino, anche a Roncegno nel 1916
(C. Rauch, Storia dell'I. R. Reggimento degli Schützen volontari dell'Alta Austria nella guerra 1915-1918.).
Per la difesa dei monti meridionali del Tirolo fu inviato anche un corpo di spedizione tedesco, l'Alpenkorps, creato nell'aprile del 1915 con truppe d'elite prelevate da vari settori del fronte occidentale, e costituito soprattutto dallo reggimento fanteria guardie bavaresi. Questo corpo era rappresentato da 13.000 uomini che avevano il compito di preservare da una possibile minaccia il confine meridionale della Germania.
Con l'ottobre del 1915 l'Alpenkorps venne progressivamente ritirato per essere impiegato come reparto di pronto intervento su fronti più impegnativi.

Nell' agosto del 1914 partirono dal Tirolo quattro reggimenti di Kaiserjaqer, tre di Landesschützen, due di Landstürm, un reggimento di artiglieria da montagna, in tutto 26.000 uomini; di questi, 20.000 erano già fuori combattimento alla fine del 1914 e si dovette rimpiazzarli
(C. Hartungen e L. Steurer, "La memoria dei vinti. La Grande Guerra nella letteratura e nell'opinione pubblica sudtìrolese (1918-1945)", in La Grande Guerra.). Per questo, ancora con il novembre 1914 vennero arruolati anche i ventenni e, con l'anno seguente, come vedremo fra poco, i più anziani fino ai 50 anni. Saliranno a 60 mila gli uomini e a 1.700 gli ufficiali chiamati alle armi in Trentino.





SUCCESSIONE CRONOLOGICA DEI FATTI PRINCIPALI
CHE PORTARONO ALLA GUERRA E ALLA SUA ESTENSIONE


A beneficio di coloro che non avessero sottomano testi di consultazione, si è voluto proporre, pur con rapidi tratti, il contesto in cui si svolse la Grande Guerra richiamandone aspetti e momenti essenziali, in special modo quelli riguardanti il fronte orientale. Là furono inviati a combattere in gran numero i soldati provenienti dai nostri villaggi e dalle nostre valli; anche coloro che scrissero i diari e le memorie raccolte nel presente volume.

28 giugno 1914: assassinio a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e di sua moglie, ad opera di un nazionalista serbo.

23 luglio: ultimatum dell'Austria-Ungheria alla Serbia, ritenuta responsabile del complotto terroristico di Sarajevo.

28 luglio: dichiarazione di guerra dell'Austria Ungheria alla Serbia (la quale su consiglio della Russia aveva risposto all'ultimatum austriaco in modo insoddisfacente).

30 luglio: mobilitazione generale in Russia.

31 luglio: mobilitazione generale dell'Austria-Ungheria.

1 agosto: mobilitazione generale in Germania e immediata dichiarazione di guerra alla Russia.

3 agosto: dichiarazione di guerra della Germania alla Francia.

3 agosto: dichiarazione di neutralità dell'Italia giustificata per il carattere offensivo dell'iniziativa austriaca nei confronti della Serbia, in contrasto con lo spirito dell'alleanza.

4 agosto: inizio della guerra con l'ingresso delle truppe tedesche in territorio belga.

4 agosto: apertura delle ostilità tra la Gran Bretagna (garante della neutralità belga) e la Germania.

6 agosto: l'Austria-Ungheria è in guerra contro la Russia (il Montenegro si schiera con l'Austria).

12 agosto: Inghilterra e Francia scendono in guerra contro l'Austria.

23 agosto: decisione del Giappone di schierarsi a fianco dell'Intesa contro la Germania (era l'occasione per impossessarsi dei territori che in Estremo Oriente si trovavano sotto l'influenza tedesca).

9 dicembre 1914: richiesta (non accolta) dell'Italia all'Austria di avere determinati compensi territoriali. Metà febbraio 1915: inizio delle trattative italiane con le potenze dell'Intesa.

26 aprile 1915: con il Patto di Londra, adesione dell'Italia all'Intesa (previe garanzie per le terre irredente: il Trentino (fino al confine alpino), la Dalmazia e Trieste.

3 maggio 1915: denunciati da parte italiana i patti sottoscritti con la Triplice.

24 maggio 1915: l'Italia in guerra contro l'Austria-Ungheria.

25 agosto 1916: dichiarazione di guerra dell' Italia alla Germania.




ALCUNI CARATTERI DEL CONFLITTO


La guerra di posizione

Le operazioni militari si svolsero essenzialmente sul fronte occidentale e su quello orientale. Sia sull'uno sia sull'altro dei due fronti, le fasi caratterizzate da manovre offensive e da battaglie condotte con masse numerose di uomini e con mezzi potenti, si alternarono con altre in cui gli eserciti si arrestarono, esausti, consapevoli della forza altrui, impegnati a difendersi piuttosto che ad attaccare. Alla guerra di movimento subentrò una logorante guerra di posizione; agli attacchi frontali del nemico facevano seguito grossi concentramenti di forze di difesa.
Le linee del fronte avanzavano e rispettivamente arretravano, sostituendosi poi nelle posizioni per il sostanziale equilibrio delle forze in campo. Le postazioni potevano essere mantenute a lungo o solo pochi istanti, per essere oggetto di azioni successive di riconquista.
Fra un assalto e l'altro i tempi e i luoghi della guerra erano allora costretti entro la trincea, che divenne il tipico e tragico simbolo della prima guerra mondiale. La trincea ci appare, anche secondo le testimonianze raccolte in questo libro, talora come rifugio provvidenziale e talvolta come riparo assolutamente precario, ora protettrice ora trappola infida o mortale, a volte accogliente e spesso affatto inospitale. «Milioni di uomini assiepati per mesi dentro le trincee, nel fango e freddo dell'inverno o nel caldo opprimente dell'estate, in mezzo ad animali, feriti, cadaveri, con poco cibo e spesso malvestiti, incapaci di comprendere gli ordini e le strategie degli alti comandi ma costretti a subire decisioni improvvise e generalmente catastrofiche sul piano propriamente militare, vivono un'esperienza unica e terribile, nuova e irripetibile. Un'esperienza che lascerà un segno indelebile
(M. Flores, Il secolo-mondo. Storia del Novecento)
In quelle fosse si consumarono tanti atti di eroismo e di solidarietà fra commilitoni, e perfino attimi di amicizia col nemico.


Le defezioni

Col passare del tempo la fine della guerra si perdeva nella sconfortante incertezza, si moltiplicava a dismisura il numero dei morti, dei dispersi, dei feriti, dei mutilati e dei prigionieri, e aumentavano le difficoltà economiche e i razionamenti dei generi di prima necessità; decresceva la fiducia dell'opinione pubblica nei propri governi, nei comandi militari e nell'informazione (esclusivamente propagandistica). Si diffusero allora in tutta Europa le proteste contro la guerra in ambito civile e in quello militare dove assunsero la forma di disobbedienza collettiva e, specialmente, di diserzione in massa che elevò notevolmente il numero dei prigionieri in ambedue le coalizioni.
Pur di prendere il largo dalla carneficina e dagli orrori dei combattimenti e della vita di trincea non pochi ricorsero anche all'autolesionismo: era pur sempre preferibile una ferita, anche invalidante, a una probabile morte. Punito con la fucilazione se scoperto in quanto reato militare, l'atto di ferirsi o mutilarsi al fronte veniva attuato con astuzia e fu tanto praticato da essere registrato come voce propria nel vocabolario della prima guerra mondiale.



Perché tanti prigionieri?

Si sa che la guerra sui vari fronti, e su quello orientale che particolarmente c'interessa, ha registrato centinaia di migliaia di prigionieri nei due schieramenti. Soltanto tra i soldati trentini il loro numero è stato calcolato in 15 mila. Perché così tanti prigionieri?
I massicci attacchi sferrati dall'uno dei due eserciti, preceduti da grandissimo impiego di mezzi di artiglieria, con gli uomini contenuti in aree delimitate, provocavano degli arretramenti improvvisi e convulsi di parte dello schieramento opposto; negli spazi liberati si incuneavano le forze attaccanti, la cui penetrazione consentiva di impadronirsi delle linee di difesa più esterne in ritardo nell' effettuare la ritirata; oppure, a loro volta, truppe attaccanti potevano venire a trovarsi in posizione troppo avanzata nei confronti del resto dello schieramento e venir quindi agevolmente accerchiate dal nemico spinto alla controffensiva.

Oltre alle motivazioni che concernono le tattiche militari, le testimonianze raccolte dicono che frequentemente drappelli di soldati, a un certo punto dell'azione di guerra, tagliati fuori dalle comunicazioni con i propri reparti, incappavano nel nemico, al quale non rimaneva che arrendersi se appariva evidente la sproporzione delle forze.
Molti militari inoltre (e questo è un altro aspetto emerso dalle testimonianze dei nostri prigionieri che vanno a confermare le conoscenze fornite dalle pagine di storia) sentivano dentro di sé forte il desiderio di farla finita con la guerra, terrificante e interminabile, estranea e assurda, auspicando come via di fuga la cattura da parte del nemico. Così quando se ne dava l'occasione, la consegna al nemico avveniva di propria iniziativa.  
Nessuno si scordò il giorno in cui fu fatto prigioniero e quello fu registrato come un giorno finalmente fortunato.

Anche per la frequenza con cui i trentini riuscirono a sottrarsi alla guerra, venne preso il procedimento di mescolarli con soldati di altre nazionalità; in tal caso, molti di loro vennero a trovarsi spesso nelle compagnie i soli a parlare la lingua italiana.



Il lavoro dei prigionieri

Le decine e decine di migliaia di prigionieri austro-germanici catturati dai russi furono concentrati in campi dai quali venivano poi tratti per essere avviati al lavoro.
Le campagne richiedevano moltissime braccia e abilità che i nostri trentini, contadini e montanari in gran parte, possedevano e sapevano dare. Moltissimi di loro, quindi, andarono nelle fattorie dove solo le donne, i vecchi e i bambini erano rimasti a far fronte, in modo del tutto inadeguato, alle necessità richieste dalle colture, dagli allevamenti, dagli approvvigionamenti, compreso il fabbisogno di legna da ardere che occorreva tagliare e trasportare dai boschi.
Chi aveva dimestichezza o abilità per altro genere di lavori venne destinato sulle strade e le ferrovie, nelle centrali e lungo le linee elettriche, nelle fabbriche, nelle costruzioni edili, nei trasporti, nei servizi più impensati. Anche in tutti questi casi il talento degli artigiani trentini e l'ingegnosità che li rendeva capaci di fare un po' di tutto consentì loro di farsi valere e di guadagnare i copechi occorrenti per procurarsi cibo più vario e abbondante, e il necessario per combattere il freddo intenso dei lunghi inverni russi.
Mezzi di sussistenza potevano essere acquistati presso i negozi e i mercati dei centri più popolosi o presso i contadini; quando essi scarseggiavano, allora serviva a poco anche possedere denaro.
Dopo la rivoluzione russa, taluni prigionieri si trovarono a lavorare in attività produttive gestite da bolscevichi, riuscendo in quello sconquasso anche economico a rendersi utili e meritarsi apprezzamento. In genere non furono coinvolti nelle vicende rivoluzionarie.
È noto che qualcuno ritornò in patria con la tessera del partito bolscevico, da tenere come ricordo e non sbandierare più di tanto, dati i tempi che si profilavano con l'avvento dell'era fascista.



Un regolamento per i prigionieri lavoratori

Il lavoro dei prigionieri era regolato da norme contenute in regolamenti appositamente stesi dai Consigli fondiari distrettuali, i quali avevano anche il compito di controllarne l'applicazione (R. Francescotti, Talianski). V'era quindi una certa uniformità di trattamento dei prigionieri lavoratori, pur nella molteplicità delle situazioni che in luoghi o in momenti diversi si verificarono.
I possidenti che intendevano servirsi delle prestazioni dei prigionieri presentavano domanda al Consiglio fondiario che provvedeva ad assegnare agli interessati le unità richieste.
Ritirati i prigionieri, il proprietario doveva ospitarli in modo sufficientemente decoroso e confortevole, offrendo loro, per il riposo, una branda o un tavolaccio con materasso e cuscino.
Il vitto era quello preparato per i militari dei gradi inferiori, distribuito tre volte al giorno: al mattino una prima colazione che consisteva in uno spuntino con tè; a mezzogiorno e alla sera un pasto a base di carne con polenta di miglio o patate con grano. Di solito tre libbre di pane nero giornaliere.
I prigionieri e il padrone potevano accordarsi di sostituire gli alimenti con il denaro.
Una giornata lavorativa si estendeva per 12 o 13 ore, comprensive di pause (tre ore complessivamente) per la prima colazione, il pranzo e la sosta pomeridiana.Mensilmente i prigionieri godevano di quattro giorni di riposo.
I prigionieri ricevevano un libretto di lavoro, rilasciato dal Consiglio fondiario, sul quale erano stampate le norme per il lavoro, il vitto e l'alloggio che qui stiamo presentando.
Vi veniva annotato ogni pagamento effettuato dal proprietario. Questi era tenuto a versare mensilmente tre rubli a ogni prigioniero e un rublo e 50 copechi al Consiglio fondiario. Inoltre, una tantum, al Consiglio fondiario andavano otto rubli per prigioniero da versare subito all'assegnazione dello stesso.
I denari raccolti servivano al Consiglio per sostenere le spese di gestione dei prigionieri e per acquistare il vestiario loro occorrente.
I prigionieri erano tenuti a lavorare con impegno: la negligenza era punita con una trattenuta sul mensile e, se grave, costava al responsabile il posto e la sua riconsegna al mittente.




IL FRONTE OCCIDENTALE


Gli avvenimenti riguardanti il fronte occidentale non sono indipendenti da quelli che ci interessano più da vicino avvenuti sul fronte orientale. Basti dire che uno dei protagonisti, la Germania, impegnata sui due fronti, fu la forza nodale per l'esito dell'intero conflitto.
Sul fronte occidentale l'avanzata tedesca fu all'inizio travolgente, costringendo alla ritirata le truppe francesi, quelle belghe e inglesi. L'offensiva tedesca contro la Francia, sul punto di portare velocemente alla conquista di Parigi (così da liberare le armate tedesche per il fronte russo) si arrestò, invece, per la disperata difesa francese e gli errori tedeschi. Tra il 5 e il 12 settembre (1914) il contrattacco alleato ebbe la meglio nella famosa e sanguinosa battaglia della Marna, dove vennero alle armi quasi tre milioni di soldati. Sul campo ne rimasero oltre mezzo milione. I tedeschi, ritiratisi dalla Marna, dovettero modificare la loro strategia. E così la guerra, che avrebbe dovuto concludersi in tempi brevi, si trasformò ben presto in una logorante difesa delle rispettive posizioni. Lungo un fronte di 800 chilometri si trovarono schierati i due eserciti contrapposti per i quattro anni di guerra. Le battaglie non mancarono e furono grandiose, ma si esaurirono senza portare a risultati decisivi.
Due grandi offensive furono scatenate nel 1916: quella tedesca che rientra nelle cosiddetta battaglia di Verdun, sferrata in febbraio con grandissimo impiego di uomini e cannoni; e quella anglofrancese al fiume Somme, pur essa scatenata con forze ingentissime a partire dallo luglio, mentre era ancora in corso la prima. A partire da febbraio, l'ampio arco di fronte a protezione di Parigi si incendiò e chilometri di pianure e colline si trasformarono nell'inferno. Alle iniziali conquiste tedesche seguì la riconquista francese delle posizioni perdute. Per cui, alla fine, dopo quasi un anno di carneficine, le variazioni territoriali ebbero scarsa importanza.
Meritano considerazione il milione e più di soldati anglo-francesi e gli 800 mila tedeschi rimasti sul terreno. In un sol giorno, il 1° della battaglia della Somme, i morti inglesi furono 60 mila.
A memoria delle due grandi offensive rimangono grandi cimiteri di guerra. Alla fine di queste due battaglie ognuna delle parti trovò motivi di soddisfazione: i tedeschi che avevano puntato al logoramento delle forze nemiche, per esserci riusciti (il proprio logoramento non era considerato dalla propaganda), e i francesi che avevano dimostrato la loro capacità di resistere al nemico tanto da considerare Verdun, con la sua piazzaforte, il simbolo della resistenza nazionale e della propria forza militare.

Nella primavera del 1918 il comando tedesco, sfruttando il ritiro dalla guerra della Russia sul fronte orientale, lanciò più offensive in vari settori del fronte giungendo a minacciare anche Parigi, ma la capacità di difesa e di reazione alleata, rafforzata dalle truppe americane inviate su quel fronte, risultò determinante per l'esito finale del conflitto. È quanto avvenne anche nella 2° e nella 3° battaglia della Marna del maggio - giugno 1918.
L'ultimo tentativo tedesco di rompere il fronte occidentale avvenne in luglio, nella cosiddetta 4° battaglia della Marna, che per l'armata tedesca non ebbe, nella sua conclusione, esito migliore.



IL FRONTE ORIENTALE


Le forze schierate sul fronte orientale lungo 1.700 km dal mar Baltico al mar Nero furono imponenti: tanto quelle alleate di Austria e Germania quanto quelle russe.


Sul fronte settentrionale

Una settimana dopo l’inizio del conflitto austro-serbo due armate russe invasero la Prussia orientale.
Ebbero un primo successo a Gumbinnen (19 e 20 agosto), ma per la pronta reazione tedesca subirono uno scacco a Tannenberg (27-30 agosto) e ai laghi Masuri (9-14 settembre).
Queste due pesanti sconfitte ricacciarono le truppe russe dalla Prussia orientale, dopo aver lasciato nelle mani del nemico più di 100 mila prigionieri e un grosso bottino di guerra.
L'offensiva tedesca del febbraio 1915 presso i laghi Masuri (dal 23 gennaio al22 marzo) permise alla Germania di allontanare definitivamente il pericolo russo dalla Prussia e di infliggere ulteriori gravi perdite al nemico: distrutta la 10°  armata russa, 110 mila i prigionieri presi in carico.
Da quel momento, su quella parte del fronte, le posizioni fra i due contendenti rimarranno per un certo tempo stabili.



Sul fronte galiziano

Mentre a nord russi e tedeschi si contendevano la Prussia, il 23 agosto si incendiava il fronte austro-russo in Galizia (La Galizia era regione storicamente abitata da polacchi e russi, a maggioranza polacca. Dal 1772 passò all'Austria. Fu aspramente contesa da russi e austro-germanici nel corso della Grande Guerra. La popolazione galiziana non evacuata per tempo e sorpresa dalla guerra visse una lunga tragedia segnata da morti civili, distruzioni, malattie, disagi, lunghe privazioni. Crollato l'lmpero asburgico, entrò a far parte del risorto Stato polacco. Dopo la Il guerra mondiale la parte occidentale  rimase alla Polonia e quella orientale andò alla repubblica ucraina (allora sovietica, oggi indipendente).
Il comando militare russo predispose nel periodo che va dall'estate del 1914 alla primavera del 1915 tre grandi offensive in Galizia:

I. - 18 agosto - 11 settembre 1914

II. - 18 ottobre - 2 novembre 1914

III. - 22 marzo – 10 aprile 1915.



Prima offensiva russa: 18 agosto - 11 settembre 1914


Fu l'Austria a dare il via alle operazioni militari con la 1°  e la 4°  armata che penetrarono verso nord in territorio russo per decine di chilometri. La 1° armata si mosse più ad ovest riuscendo a raggiungere Lublino; la 4°, in marcia più ad est verso Chelm, appoggiata dal XIV Corpo Edelweìss (Nell'Edelweiss Korps, XIV corpo d'armata austro ungarico, militavano anche Landesschützen quali truppe da montagna ufficiali.) con funzione di protezione da tergo, si introdusse fino a Hrubieszow presso il fiume Bug, sconfiggendo le truppe russe accorse a sbarrar la strada agli invasori.
Già in questa fase si riempirono lunghe liste di soldati caduti e di prigionieri russi catturati; largo il bottino conquistato dagli austriaci.
Ma la reazione russa fu pronta e produsse l'invio di cospicue truppe fresche nella parte centrale dell'ampio schieramento austriaco puntando decisamente su Leopoli
(Leopoli (ted. Lemberg). Oggi città dell'Ucraina, che porta il nome di L'viv. È importante nodo ferroviario, centro commerciale e industriale. Già capitale della Rutenia polacca, dopo varie vicissitudini storiche, nel 1772 passò, in seguito alla prima spartizione della Polonia, all'Austria che ne fece la sede amministrativa di tutta la Galizia. Perduta per opera dei russi il 3 settembre 1914, gli austriaci riuscirono a riconquistarla il 22 giugno 1915 con la 2a armata del gen. E. von Böhm-Ermolli nel corso dell'offensiva austro-tedesca iniziatasi nel maggio 1915. Con il trattato di S. Germano del 1920 Leopoli fu incorporata nella repubblica polacca; ma nonostante questi accordi quello stesso anno venne occupata dalle truppe bolsceviche. Passata all'Ucraina sovietica con l'accordo russo-tedesco del 1939, fu occupata nel 1941 dai tedeschi e fatta segno di efferate repressioni. Dopo questi tragici fatti perpetrati dai nazisti, nel luglio 1944 fu occupata dalle truppe sovietiche e nel 1945 venne annessa, insieme con tutta la Galizia orientale, all'URSS. Dal 1991 è città dell'Ucraina, repubblica indipendente aderente alla Comunità degli Stati Indipendenti unitamente ad altre dieci repubbliche dell'ex URSS.), il primo grosso obiettivo dei russi. Lo sfondamento riuscì ed essi entrarono il 31 agosto nella capitale galiziana.
Le truppe austriache che erano avanzate in territorio russo furono fatte arretrare per evitare l'accerchiamento e soccorrere Leopoli. Ma nel ripiegamento esse furono incalzate e impegnate in scontri particolarmente cruenti.
Frattanto anche l'armata austriaca del generale Bohm-Ermolli, ritirata dal fronte serbo, aveva raggiunto quello galiziano.
Nel tentativo di creare le condizioni per riprendersi Leopoli, le armate austriache si schierarono ad ovest della città, allineandosi da Rawa - Ruska a Grodek. In quell'area, per quattro giorni, si svolsero combattimenti sanguinosi. L'intero schieramento austriaco fu travolto. Era l' 11 settembre 1914: Leopoli rimaneva saldamente in mano russa.
Le armate austriache in ritirata raggiunsero il fiume San con l'intento di costituirvi una nuova linea di difesa. Ma nell'impossibilità di raggiungere questo obiettivo le truppe austriache furono costrette a oltrepassare il San e a retrocedere ulteriormente verso ovest. Anche questa operazione non fu indolore: molti soldati nel passaggio del fiume divennero facili bersagli degli inseguitori e vi persero la vita.
La munitissima piazzaforte di Przemysl, anch'essa sul San, rimasta senza copertura da parte delle truppe austriache in ritirata verso occidente, fu cinta d'assedio dalle forze russe. Ma prendere una fortezza di quella dimensione e tanto dotata di armi e opere fortificate si rivelò un'impresa estremamente ardua. E Przemysl non cadde.
Gli insuccessi e le perdite subite dall'Austria indussero la Germania a mandare consistenti aiuti in soccorso dell'alleato. Per evitare di essere accerchiate dalle truppe tedesche che scendevano da nord, quelle russe si ritirarono ad oriente e 1'11 ottobre abbandonarono l'assedio di Przemysl.

Le truppe austro-ungariche si assestarono a difesa dell'area posta lungo i fiumi Biala e Dunajec. Difendere a tutti i costi quelle posizioni era condizione indispensabile per proteggere Cracovia dall'occupazione nemica. La fase riorganizzativa prevedeva anche l'apporto delle truppe germaniche che a partire da quel momento si assunsero un ruolo di primo piano nello strategico settore orientale e la maggiore responsabilità nella conduzione della guerra (
L'l novembre 1914 il generale germanico Hindenburg venne nominato comandante supremo del fronte orientale).
L'intervento delle truppe tedesche contribuì a bloccare l'iniziativa russa in Galizia e mandò a monte la progettata invasione della Germania attraverso la Polonia.



Seconda offensiva russa: 18 ottobre - 2 novembre 1914

Le truppe germaniche e austriache ripresero le ostilità con !'intenzione di occupare i territori polacchi sovrastanti puntando su Varsavia e di riconquistare quanto perduto in Galizia.

Cinque corpi d'armata germanici furono mossi contro lo schieramento settentrionale russo, coadiuvati da una parte delle truppe austriache in cammino sia sulla direttrice Tarnow, Rzeszow, Jaroslaw, sia a sud nella zona dei Beschidi.
Nel settore settentrionale, di loro esclusiva competenza, i tedeschi affrontarono i russi in campo aperto nella cosiddetta grande battaglia della Vistola. Non ne ricavarono un esito decisivo, dato il sostanziale equilibrio delle forze in campo.
Quindi le truppe germaniche, impedite nell'avanzata e a rischio di accerchiamento per l'afflusso di nuove truppe russe, si ritirarono repentinamente verso il luogo da dove erano partite.
In seguito dell'attacco austriaco in Galizia i russi preferirono ritirare le truppe sul San, predisponendo una salda difesa sulla riva destra del fiume posta in posizione dominante, quindi particolarmente favorevole per raggiungere lo scopo. Gli austriaci riuscirono a liberare (l’11 ottobre) Przemysl dall'assedio approfittando del fatto che le forze russe erano impegnate su obiettivi più pressanti (a nord, la grossa battaglia della Vistola).
Nell'area situata presso il San, in parte paludosa, si svolsero combattimenti violenti. Dopo quattro giorni fallì nel sangue il tentativo austriaco di attraversare il fiume, per di più in piena per le piogge autunnali.
Visto come si stavano mettendo le cose, le forze russe mossero al contrattacco. E le truppe austro- ungariche ripiegarono dal San verso Cracovia, con perdite ancora maggiori di quanto avvenuto nella prima ritirata a causa dell'inseguimento martellante dei russi. Attraversati ancora una volta verso occidente i fiumi Wisloka, Biala e Dunajec gli austro-ungarici si assestarono in prossimità di Cracovia (2 novembre 1914).  
Ai primi di novembre i russi circondarono la piazzaforte di Przemysl con forze ben più imponenti. Ma la città fortificata seppe resistere, per mesi, strenuamente. Capitolò soltanto il 22 marzo 1915, per mancanza di viveri.

Verso la metà di novembre le truppe tedesche (di nuovo a nord, in Polonia) e quelle austriache (in Galizia) concertarono la ripresa dell'offensiva, ma non ottennero tangibili benefici.
La vittoria austriaca a Limanowa (a sud-est di Cracovia) e quella germanica a Lodz nel dicembre 1914 non servirono a cambiare la situazione. Numerose invece le vittime lasciate sul campo nel corso di quegli scontri. Dopo pochi mesi di guerra l'esercito austro-ungarico aveva perso più della metà dei suoi effettivi.
Gli schieramenti ormai si stavano predisponendo a un periodo di stasi a causa del sopraggiungere delle difficili condizioni invernali. Prevalse allora su buona parte del fronte orientale la guerra di posizione e i soldati furono inghiottiti dalle lunghissime trincee che solcavano la linea del fronte.
La cessazione temporanea delle operazioni militari non interessò il settore settentrionale dove si ebbe la battaglia invernale dei laghi Masuri, né quello meridionale dei Carpazi verso cui rivolsero le loro scelte strategiche i russi per il controllo delle comunicazioni stradali e ferroviarie tra la Galizia e la sottostante Ungheria.


Terza offensiva russa: 22 marzo - 10 aprile 1915. Sui Carpazi

Il transito sui valichi dei Carpazi (I Carpazi sono un sistema montuoso che forma un grande arco di 1.300 km che da nord-ovest gira verso sud-est attraverso ['Europa centrale interessando ad occidente la Slovacchia, poi la Polonia, l'Ucraina e l'Ungheria, raggiungendo infine la Romania (Alpi Transilvane). Si dividono in occidentali e orientali. Non sono una catena montuosa continua, ma sono costituiti di una serie di massicci isolati. Fra l'uno e l'altro si aprono numerosi valichi utilizzati da tempo remotissimo come vie di comunicazione. La parte più ad ovest dei Carpazi occidentali, corrispondente al confine polacco-slovacco, è detta anche Beschidi (in pol. Beskidy), suddivisi in occidentali e orientali (questi ultimi dal passo Dukla); ai Beschidi si riferiscono le vicende belliche di cui ci stiamo occupando. Pur non raggiungendo cime molto elevate, paragonabili a quelle alpine, i Carpazi hanno inverni molto rigidi a causa del clima continentale.) che collegavano l'Ungheria con la Galizia era di vitale importanza per l'Austria-Ungheria. Il controllo dei passi di Dukla, Lupkow, Uzsok in special modo divenne obiettivo militare strategico per i contendenti fin dall'inizio della guerra e motivo di molteplici azioni belliche.
Giunto l'inverno 1914-15, la Russia mise a punto una poderosa offensiva per impadronirsi dei valichi carpatici e occupare successivamente il territorio ungherese.
I preparativi russi non potevano passare inosservati e spinsero i comandi austro germanici prima a predisporre un potenziamento della difesa dei valichi e poi a mettere in atto una pre-offensiva per anticipare le mosse dell'avversario. Così sui Carpazi ebbe luogo in pieno inverno una serie di scontri armati in condizioni fisiche estreme.
Nei primi mesi del 1915 si scatenò un'azione militare tra le più terribili cui i soldati possano essere sottoposti: combattere in montagna d'inverno a temperature bassissime, dove la neve tutto riduce sotto il proprio dominio e ostacola il passo, il freddo morde le membra e attanaglia la mente, i rifornimenti si attardano, il riposo è precario, il soccorso impedito. Su quelle montagne furono combattute tremende battaglie che coinvolsero anche soldati trentini.

In gennaio le operazioni presso il valico di Uzsok non sortirono l'effetto sperato e il valico rimase in mano russa.
In febbraio e marzo le truppe austro-germaniche furono mosse per impadronirsi dei valichi di Dukla e di Lupkow. Ma l'offensiva non ebbe risultati tangibili, mentre le perdite e il logoramento delle truppe erano pesanti. Data l'estrema gravità della situazione fu inviato nel teatro delle operazioni il nuovo corpo germanico dei Beschidi a sostegno delle forze austriache.
In vario modo si trovarono interessate alla guerra anche le aree galiziane limitrofe (Stanislau, Kolomea, Sekova presso Gorlice ecc.) per il ripiegamento delle forze russe e per le iniziative austriache volte a sorprendere da dietro le posizioni avanzate nemiche.
In quest'area si troveranno ad operare anche Ettore Murara, Pietro Pompermaier e Giovanni Zampiero dei quali leggeremo i diari nei capitoli a loro riservati.

Dopo quattro mesi e mezzo di assedio capitolava il 22 marzo Przemysl, per mancanza di viveri e carenza di mezzi
(Nel diario scritto da Giovanni Zampiero troviamo, alla data del 23 marzo 1915, un'annotazione tratta dai giornali viennesi sulla caduta della piazzaforte di Przemysl, dov'egli s'era recato di persona nel 1914. Altri valsuganotti si trovarono coinvolti nei tragici avvenimenti che interessarono quel campo trincerato, come leggeremo anche in questo libro.).  Dopo lunga ed eroica resistenza cadeva in mano russa uno dei simboli militari più importanti degli Imperi centrali, liberando forze che si rendevano disponibili per altre operazioni.



LA BATTAGLIA DI PASQUA

Nei primi giorni di aprile del 1915, in prossimità della Pasqua, i russi sferrarono una grossa offensiva. Impadronitisi del crinale dei Beschidi comprendente i passi Dukla, Lupkow e Uzsok, mossero per il versante ungherese. Ma alle loro spalle si scatenò una i violenta controffensiva austro-germanica che li costrinse ad abbandonare l'impresa per non trovarsi accerchiati.
Ingentissime le forze impiegate: 460 mila quelle dei russi e 400 mila degli austro-qermanici
(D. Ongari, La guerra in Galizia e sui Carpazi 1914-1918.). Da ambedue le parti il bilancio di queste battaglie carpatiche fu tragico.
Nonostante l'enorme dispendio di uomini e di mezzi, gli austro germanici, spinti dal recente insuccesso russo e per distogliere il nemico definitivamente dai Carpazi, decisero, nel maggio 1915, di attuare una massiccia offensiva nell'area di Gorlice e Tarnow che segnerà il principio del crollo russo.


L'offensiva austro-tedesca dal maggio al settembre 1915.
La battaglia di Gorlice – Tarnow


Le truppe germaniche e quelle austriache, disposte su un fronte di 40 km fra Gorlice e Tarnow (Gorlice, cittadina galiziana a 80 km a sud-est di Cracovia. Tarnòw. Città polacca nel  voivodato di Cracovia. Posta sul fiume Dunajec alla confluenza della Biala, è capoluogo di distretto;  importante quale sede vescovile, snodo ferroviario sulla linea che da Cracovia conduce a Leopoli,  attivo centro industriale e commerciale. Al tempo della prima guerra aveva circa 40.000 abitanti, un  terzo dei quali ebrei.) e pronte ormai all'azione comune, diedero il via alle operazioni belliche decise a riprendersi la Galizia. Preparato l'attacco con un incessante fuoco di artiglieria, esse riuscirono il 2 maggio a sfondare la prima linea russa catturando in poche ore 17 mila prigionieri. Il successo di Gorlice spinse a dirigersi sulla fascia esterna verso i Beschidi, dove l'avanzamento delle truppe fu agevole per la ritirata dei russi attenti a non farsi accerchiare.
L'occupazione progressiva da parte degli austro-germanici del fronte centrale galiziano, pur ostacolata dalla resistenza russa, riuscì a spingersi in avanti per un centinaio di chilometri conquistando tutta la parte occidentale della Galizia e consentendo di giungere il 14 maggio al fiume San. Qui i russi organizzarono un'azione difensiva per preservare i capisaldi presenti lungo il fiume (Przemysl su tutti) e i territori retro stanti.
Ancora una volta il San era teatro di aspri combattimenti. Attacchi e contrattacchi si susseguirono per giorni con gravi perdite di uomini. I soldati trentini si trovarono coinvolti in queste operazioni che videro schierati i quattro reggimenti dei Kaiserjaqer (un terzo dei quali era trentine), i tre di Landesschützen e il 1° reggimento Landstürm
(G. Bazzani, Soldati italiani nella Russia in fiamme -1915-1920.).
Rotto il fronte, presa Przemysl (3 giugno), le armate degli Imperi centrali proseguirono nell'avanzata (pur essendo entrata in guerra l'Italia) puntando prima su Grodek quindi su Leopoli. Dopo nove giorni di combattimenti la capitale galiziana tornava in mano austriaca (22 giugno).
Lo stesso giorno le truppe austro-germaniche predisposero di puntare sulla parte centrale del fronte dirigendosi verso il fiume Bug, come già avvenuto nell'autunno del 1914.



Questa mossa avrebbe potuto consentire l'avvolgimento da sud dell'ala sinistra russa.
I russi si dovettero ritirare dalla Polonia e le truppe germaniche presero, tra l'agosto e il settembre, Lublino, Varsavia, Brest- Litovsk
(Brest-Litovsk era la massima fortezza di tutto il versante occidentale dell'Impero russo. Vi verrà firmata il 3 marzo 1918 la pace fra le potenze centrali e la Russia bolscevica. Oggi Brest è nella Bielorussia, indipendente dal 1991, poco di qua dal confine con la Polonia .), Vilna (Vilna, oggi Vilnius, capitale storica della Lituania) e parte di territorio russo verso Riga. L'offensiva delle truppe austro-germaniche proseguì fino al 25 settembre 1915; si arrestò per la necessità di gestire con equilibrio le forze disponibili considerate le richieste di truppe che provenivano dalle prime linee dei vari teatri di guerra.

Nella Galizia orientale l'avanzata austro-germanica si fermava dopo la battaglia di Tarnopol (6-19 settembre 1915).

La grande offensiva attuata dagli Imperi centrali inflisse gravissime perdite alla Russia, privata di metà degli effettivi combattenti con relativi armamenti e approvvigionamenti e di circa 500 mila km2 di territorio.
Il confine orientale correva allora sulla linea che da Riga, sul mar Baltico, scendeva a Pinsk, a Tarnopol fino a oriente di Czernowitz, nella Bucovina.



L'offensiva russa del 1916

Nel 1916 il generale russo Brusilov organizzò e diresse la quarta e ultima offensiva russa, che da lui prese il nome, per la conquista della Galizia orientale e della Bucovina. In un contesto più ampio, la ripresa delle ostilità da parte dei russi consentiva anche di alleggerire il fronte italiano dalla pressione austriaca.
Il 4 giugno Brusilov diede il via ai combattimenti. Mentre i risultati sul fronte russo-germanico furono nulli, su quello con l'Austria furono molto positivi. Due armate austriache furono scompaginate in pochi giorni. A dare man forte dovettero intervenire dal settore settentrionale truppe tedesche, che si inserirono nei reparti austro-ungarici. Tale rafforzamento impedì ai russi di ottenere altri vantaggi, i quali comunque erano già rilevanti. Gli austriaci avevano perduto 700 mila uomini, parte del territorio galiziano e la Bucovina. Czernowitz, Kolomea, Stanislau e le terre fino al fiume Pripet tornarono in mano russa.
Con il settembre venne istituito il "Comando superiore comune delle potenze centrali", praticamente diretto dallo S. M. tedesco.


1917: il crollo del fronte orientale

Nella primavera del 1917 due grossi fatti segnarono una svolta nell'andamento della guerra: la rivoluzione in Russia e il rapido disfacimento dell'esercito russo, e l'ingresso degli americani a fianco dell'Intesa.
In Russia Kerenskij, entrato nel governo provvisorio allo scoppio della rivoluzione del febbraio 1917, assunse il comando supremo dell'esercito. Malgrado il logoramento morale e materiale delle truppe e il malcontento della popolazione allo stremo dopo tanti lutti e sacrifici, Kerenskij volle sferrare un'offensiva nella Galizia orientale e impadronirsi di Leopoli.
Nella fase iniziale (1 luglio) le forze russe riuscirono a vincere la resistenza nemica. Ma poco dopo, il 19, dovettero subire la pronta controffensiva e furono respinte dalla Galizia e dalla Bucovina. Sul fronte settentrionale poi, ai primi di settembre, con l'attacco tedesco alla Russia e la conquista di Riga e del territorio circostante, la dissoluzione definitiva dell'esercito russo apparve ormai inevitabile e imminente.
Giunti in novembre al potere i bolscevichi, la Russia chiese l'armistizio. Le trattative di pace, cominciate a Brest-Litovsk nel dicembre 1917, si conclusero nel marzo 1918.



LA GUERRA SU ALTRI FRONTI

Senza dimenticare che ci stiamo occupando dei fatti bellici avvenuti sul fronte orientale allo scopo di inquadrare la partecipazione alla guerra dei soldati trentini e in special modo degli autori delle memorie raccolte in questo volume, ritengo di dover dare uno sguardo rapido a ciò che avvenne su altri teatri di guerra dove si affrontarono importanti attori del primo conflitto mondiale.
Quanto accaduto altrove in qualche modo entrò in connessione con i fatti avvenuti sul fronte russo e fa comprendere come si arrivò alla fine di quella guerra che pareva ai soldati non finire mai

Facciamo quindi menzione delle altre nazioni belligeranti e dei fronti considerati "minori", e delle massicce operazioni che in Occidente coinvolsero da una parte i tedeschi e dall'altra i francesi, gli inglesi, i belgi e gli statunitensi (dall'aprile 1917), e
conclusesi 1'11 novembre 1918 con la firma a Rethondes dell'armistizio che pose fine alla prima guerra mondiale.



In Serbia

Dopo aver fornito all'Austria il pretesto per cominciare la guerra, la Serbia si trovò ben presto in casa le truppe austriache convinte di liquidare in fretta la partita e concentrare poi sul fronte russo tutte le proprie forze.
Ma la guerra, iniziatasi il 12 agosto 1914, rivelò agli austriaci quanto fosse ostico sia l'avversario serbo sia l'ambiente naturale nel quale avvenivano gli scontri.
La prima campagna contro la Serbia, durata fino al 30 novembre 1914 e sviluppatasi in tre fasi, si concluse in un fallimento per gli attaccanti. La forte difesa dei serbi e la concomitante pressione russa in Galizia indusse l'Austria a spostare dal fronte serbo l'armata di Böhm-Ermolli ancora nella seconda fase delle operazioni. Questo portò a un alleggerimento delle tensioni sul fronte serbo dove le perdite erano già state notevoli.
Ma quando nell'ottobre 1915 partì l'imponente decisiva campagna preparata congiuntamente da Austria, Germania e Bulgaria, la Serbia si trovò in netta inferiorità di uomini e di mezzi e subì un'irreparabile sconfitta (Kosovo, novembre 1915). Il tentativo di soccorso anglo-francese inviato a Salonicco, base operativa degli Alleati nel settore balcanico, fu rintuzzato dalle truppe bulgare (dicembre 1915). L'esercito serbo, decimato e disperso, ripiegò verso le rive dell'Adriatico; vi giunsero 94 mila uomini, tratti in salvo dalle navi dell'Intesa, in special modo italiane, e trasportati a Corfù e in Italia
(Per conoscere quanto avvenne sul fronte albanese merita un'attenta lettura il prezioso libro curato da Luca Girotto Il calvario di un fante tra il Carso e l'Albania.).


In Medio Oriente

Entrate in guerra nell'ottobre 1914 a fianco degli Imperi centrali, le truppe ottomane furono schierate in forze alla difesa degli Stretti. Con il concorso massiccio di quelle tedesche riuscirono efficacemente a contenere l'offensiva anglo-francese che si era spinta nei Dardanelli con l’intento di aprire una via di collegamento diretto con la Russia.
Gli anglo-francesi, contrastati con la massima determinazione nella penisola di Gallipoli, non riuscirono a raggiungere Costantinopoli e furono costretti al ritiro da quell’area (gennaio 1916). Ma dai territori del Canale di Suez dovettero ritirarsi i turchi, con gravi perdite.

Nell’area della Palestina le truppe turche subirono le offensive inglesi che portarono, nel 1917, all'occupazione britannica di Gaza, Giaffa e Gerusalemme (dicembre), e nel settembre 1918 alla conquista di Tiberiade e Damasco, il mese successivo caddero in mano britannica anche Beirut e Aleppo.

In Mesopotamia si svolsero importanti operazioni militari per iniziativa degli inglesi intenzionati a strappare quella terra agli ottomani e distrarre questi ultimi dai tentativi di impadronirsi del canale di Suez.

Nel novembre 1914 gli inglesi occuparono Bassora, ma la loro avanzata venne ben presto bloccata.
Nel 1917, con una seconda meglio organizzata campagna, essi riuscirono a giungere a Baqhdad
(Baghdad. In arabo Baghdad vuoi dire dato da Dio. Fu fondata nel 762 dagli arabi. Dopo un periodo di splendore, la decadenza. Dal 1534 i turchi ottomani si consolidarono nella regione. Dalla seconda metà del XIX sec. la città fu oggetto, con tutto il territorio iracheno e mesopotamico, di interessi occidentali, tedeschi ma soprattutto britannici, e finì in mano agli inglesi proprio con la prima guerra mondiale.) (11 marzo) e a salire verso nord.  
Nell'ottobre 1918 gli inglesi, decisi a stringere i tempi della conquista, occuparono la regione di Mossul e di Kirkuk.

L'Impero ottomano seguì nella sconfitta gli Imperi centrali e firmò il 30 ottobre 1918 a Mudros la resa incondizionata.
Con la perdita dei territori in Medio Oriente e nei Balcani (questi ultimi ancor prima della guerra) l'Impero ottomano si disintegrava. Dalla fine dell'ultimo grande impero islamico e dalla conseguente abolizione del sultanato ottomano nel 1922 per opera del generale Atatürk nascerà nel 1923 la repubblica di Turchia.


Nell'Europa orientale

LA BULGARIA si schierò (14 ottobre 1915) con gli Imperi centrali per soddisfare le sue pretese nei confronti della Macedonia. Partecipò alla decisiva campagna contro la Serbia che si trovò invasa dagli eserciti nemici (Belgrado fu occupata il 9 ottobre 1915). Il tentativo di soccorso degli Alleati in territorio serbo fu fatto fallire soprattutto dalla forte opposizione dell'esercito bulgaro che li costrinse a ripiegare su Salonicco.
Quando i governi dell'Intesa avviarono il 15 settembre 1918 una decisa offensiva nell'area balcanica sul fronte di Salonicco (quasi inattivo per buona parte del 1918), trovarono un esercito bulgaro assolutamente demotivato, tanto che il governo di Sofia fu costretto a chiedere la cessazione delle ostilità, sancita ufficialmente il 29 settembre 1918.

LA GRECIA si schierò tardivamente (26 agosto 1917) a fianco dell'Intesa. Il ritardo fu dovuto alla mai risolta conflittualità tra la corona favorevole agli Imperi centrali e il partito liberale propenso ad allinearsi con l’Intesa. L'intervento militare degli anglo francesi favorì la decisione, a proprio vantaggio; e la Grecia dichiarò guerra alla Germania, alla Turchia e alla Bulgaria.
Le truppe greche operarono a sostegno di quelle dell'Intesa nel settembre 1918 sul fronte balcanico, che ormai, con la resa della Bulgaria, offriva scarsa resistenza.
L'esito della guerra favorevole all'Intesa consentì alla Grecia acquisizioni territoriali.

LA ROMANIA pur legata alla Triplice Alleanza, dapprima si dichiarò neutrale poi il 27 agosto 1916 entrò in guerra contro gli Imperi centrali. Produsse il suo massimo sforzo bellico in Transilvania. Invasa dalle truppe austro-bulgaro-germaniche che volevano neutralizzarne l'efficacia, la Romania non seppe reggere all'urto: si ritrovò invasa e in soli due mesi (ottobre-novembre) ebbe chiusa la partita con l'occupazione di Bucarest avvenuta il 6 dicembre 1916.
Ricostituitosi, l'esercito rumeno riuscì almeno a tener acceso quel fronte.
Dopo l'avvio dei negoziati di pace della Russia, la Romania, rimasta isolata, decise anch'essa di trattare la pace che fu siglata il 7 maggio 1918 a Bucarest.




LA FINE DELLA GUERRA



Sul fronte italo-austriaco

Nei confronti dell'Italia, l'Austria scatenò nel giugno 1918 una poderosa offensiva sul fronte montano prospiciente la pianura veneta e su quello del Piave e del Montello. L'esercito italiano, riorganizzato e presente in forze, nonché coadiuvato da tre divisioni inglesi e due francesi, riuscì a bloccare l'azione degli austriaci e a farli arretrare sulle posizioni di partenza.

Sfruttando il momento favorevole all'Intesa per il crollo bulgaro e le difficoltà tedesche sul fronte occidentale, i comandi italiani progettarono un'azione ingente nel settore Brenta - Piave che voleva essere risolutiva. Essa si sviluppò nei giorni dal 24 ottobre al 3 novembre e puntò a sfondare la linea nemica attestata in pianura lungo la sponda destra del Piave.
Dopo essersi impegnate nel settore montano in più posizioni e superate almeno parzialmente le difficoltà incontrate nell'attraversamento del Piave (tra l'altro in piena a causa delle abbondanti piogge), le forze italiane penetrarono nel territorio controllato dagli austriaci obbligando il nemico a ripiegare sulla seconda linea di difesa. Completato l'attraversamento del fiume, il 29 ottobre i soldati italiani entrarono a Vittorio Veneto e via via si spinsero a liberare altre cittadine fino a travolgere la resistenza di un nemico intenzionato, da quel momento, a ricercare un accordo che consentisse la cessazione delle ostilità.
Il 3 novembre, a Villa Giusti nei pressi di Padova, venne firmato l'armistizio tra l'Austria e gli Alleati, proprio mentre gli italiani giungevano a Trento e, via mare, a Trieste.
Quell'armistizio registrava il crollo dell'impero austro-ungarico, rendeva impossibile la prosecuzione del conflitto da parte della Germania, e contribuiva quindi a determinare la fine della guerra.


Sul fronte occidentale

Con lo schieramento di ingenti forze inglesi e americane in appoggio a quelle francesi (dopo l'avvenuto crollo della Bulgaria sul fronte balcanico, con conseguente richiesta di armistizio), era giunto il momento dell'offensiva generale finale antitedesca in Francia.
Essa avvenne tra la fine di settembre e la prima parte di ottobre, e raggiunse l'esito sperato. Prima con l'arretramento delle posizioni tedesche, poi, dopo la sconfitta austriaca sul fronte italiano, con le trattative di resa.
L'armistizio dell' 11 novembre 1918 a Rethondes, preceduto dalla rivoluzione a Berlino che aveva portato alla rinuncia al trono di Guglielmo II e alla proclamazione della Repubblica, pose fine alla prima guerra mondiale.
In seguito all'abdicazione dell'imperatore Carlo, il 12 novembre 1918 veniva proclamata la repubblica in Austria e il 16 in Ungheria. Con ciò il vecchio impero asburgico era dissolto.


La pace

Le maggiori potenze vincitrici: Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Italia e Giappone, riunitesi a Parigi con la metà del gennaio 1919, avevano il compito di stabilire il nuovo ordine mondiale (gli Stati vincitori minori vi intervennero unicamente per presentare le questioni alle quali erano direttamente interessati) (L'Italia firmò trattati di pace separati con i singoli stati: a Versailles con la Germania (28 giugno 1919); a Saint-Germain con l'Austria (10 settembre 1919), a Neuilly con la Bulgaria (27 novembre 1920), a Trianon con l'Ungheria (4 giugno 1920), a Sèvres con la Turchia (10 agosto 1920).
Ma le idee di Wilson, che tendevano a una pace mondiale duratura, assicurata «dal principio di equità applicato a tutti i popoli, a tutte le nazionalità, dal diritto di ciascuno di vivere in eguali condizioni di sicurezza e libertà», non riuscirono a tradursi in articoli del trattato di pace e la difficile, complessa situazione europea non venne dipanata; molti interessi si ritrovarono disattesi e molte questioni rinviate; decisioni prese furono modificate negli anni successivi.
I motivi di irrequietezza che ne derivarono pesarono sui rapporti internazionali negli anni a seguire.


Le vittime della guerra

Gli studiosi di storia del Novecento non sono concordi sul numero delle vittime attribuibili al primo conflitto mondiale. E questo perché vengono utilizzati parametri  diversi e differenti criteri di giudizio per valutare chi fu veramente vittima della guerra e chi vi trovò la morte per cause, almeno in parte, naturali, pur connesse con lo stato di guerra. Inoltre molti studi, anche quando scevri da visioni ideologiche, cedono alla tentazione dell'arrotondamento o sono influenzati dall'emotività personale.
Infine occorre richiamare il fatto che la complessità delle situazioni sui vari fronti fu tale che lo sforzo di identificare le vere vittime della guerra, a distanza poi di anni o decenni, non può che dare risultati approssimativi, quasi nove milioni di soldati morti.
Sergio Romano, nella sua rubrica sul Corriere della sera del 12 ottobre 2008, a proposito di questo argomento, così si esprime: i numeri sui quali «sembra esservi una maggiore convergenza di vedute sono: 15 milioni di morti di cui 8 milioni e mezzo di militari.» Ma poi prosegue, citando alcune discrepanze: «I morti nelle forze armate italiane, per esempio, vanno da 460.000 a 600.000.»
Problema di esattezza a parte, tutti concordano sul fatto che i morti nella Prima guerra mondiale furono un'enormità.




IL RIENTRO DEI SOLDATI E DEI PRIGIONIERI TRENTINI


Su poco meno di 60.000 trentini chiamati alle armi, i prigionieri furono 12.000, i morti più di 11.000 e i feriti 14.000 (questi numeri sono approssimativi, ma accettati come i più verosimili dalla letteratura storica). I soldati e i prigionieri che non optarono per l'Italia rientrarono in tempi e modi i più diversi. Vi fu chi prese la via del ritorno ancor prima che la guerra finisse, altri che lo fecero a guerra conclusa da un pezzo. Si occuparono di indirizzare i soldati e i prigionieri ai convogli di trasporto alla volta del Trentino i consolati austriaci, la Croce Rossa e la Missione Italiana in territorio austriaco presente in special modo a Vienna e a Innsbruck.
Molti dei prigionieri in Russia, sparpagliati in una miriade di luoghi, si spostarono alla spicciolata puntando a raggiungere le terre dell'Impero anche con mezzi di fortuna.
Degli optanti per l'Italia si dirà in modo specifico.
Fra le autorità italiane era sempre desto il timore che i prigionieri provenienti dalla Russia, venuti a contatto con la rivoluzione sovietica, portassero in patria idee sovversive
(Ricordiamo che vi furono ex prigionieri, anche valsuganotti, che dalla Russia tornarono con la tessera del partito bolscevico presa o per convinzione o per motivi contingenti.). I sospettati, in base a indizi per lo più fasulli, furono ritenuti bisognosi di un periodo di isolamento.
Così vi fu chi, tra i prigionieri trentini, dopo aver patito le vicissitudini della guerra, ebbe l'umiliazione di essere fatto oggetto di particolari "attenzioni politiche" da parte del nuovo Stato e concentrati in parte nel campo di Isernia e in parte in quello dell'Asinara in attesa di accertamenti.
I familiari a casa e le comunità di appartenenza avrebbero dovuto continuare ad attendere il loro ritorno
(È quanto capitò anche ad alcuni roncegnesi. Di questo argomento torneremo ad occuparci nel capitolo "Frammenti di storie.").

Ex prigionieri si fermarono in Russia accasandosi con donne di là. Si ritiene però che questi casi non siano stati molti.
Francescotti (Talianski.)  racconta la storia di cinque coppie, formate da un soldato trentino e una donna russa, che lasciarono la Russia nella speranza di migliori condizioni di vita e, dopo varie vicissitudini, approdarono infine in Trentino. Fra di esse anche Lidia Popova, sposa di Beniamino Divina. I due, dopo trent'anni di vita difficile in Belgio, nel 1962 si stabilirono a Borgo Valsugana.


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27/01/2019
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