Prigionieri Irredenti dalla Russia all'Italia - Gruppo Alpini Roncegno

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Prigionieri Irredenti dalla Russia all'Italia

La 1a G.M.




PRIGIONIERI IRREDENTI DALLA  RUSSIA ALL'ITALIA

di Vitaliano Modena



Prime iniziative a favore dei prigionieri irredenti


Fin dai primi mesi di guerra, quelli dell'estate-autunno 1914, qualche migliaio di trentini erano stati fatti prigionieri dai russi nelle grosse offensive sferrate in terra galiziana. Oltre a questi, in seguito ai massicci combattimenti avvenuti fra l'esercito austro-ungarico e quello russo nel corso del 1915 e del 1916, molti altri se ne aggiunsero portando il loro numero, come detto, a 12.000.
I prigionieri che non fossero germanici o ungheresi (temuti e detestati) godettero in generale presso i russi di buona reputazione. Così fu per i trentini, che solitamente ricambiarono conservando un buon ricordo dei russi considerati bonari e umani
(Qualche riserva riguarda il grado di civiltà della gente russa nelle campagne, che risultava essere piuttosto primitivo: nel vestire, nella conservazione dei cibi e nell'alimentazione, nella pulizia e nella cura della persona e degli ambienti, nello scarso interesse per un'attenta educazione dei figli e per la casa. La quale era, nei villaggi, generalmente di legno, con un unico locale che serviva da cucina, dispensa, lavoro, stanza da letto, dove tutti nell'uso delle macchine agricole di cui le aziende risultavano dotate.). «Nel popolo russo» scrisse il testimone Annibale Molignoni (A. Molignoni, Trentini prigionieri in Russia. Agosto 1914 - Settembre 1916 e Avventurosa odissea dei patrioti irredenti in Russia.) «abbiamo notato, sotto la rude scorza, una grande bontà di cuore, e sviluppato nel più alto grado il sentimento dell'ospitalità. Accanto ai più deplorevoli eccessi, è dato d'incontrarsi nei più nobili sentimenti.»
I cosacchi invece ebbero fama di essere brutali e vessatori; ma con loro i nostri prigionieri ebbero a che fare marginalmente.

Ai prigionieri ex combattenti austriaci di lingua italiana venne offerta, nella primavera del 1915, la possibilità di essere trasferiti in Italia. Ancora nel tardo autunno del 1914 lo zar Nicola II in persona aveva manifestato a Vittorio Emanuele III l'intenzione di inviare in Italia i prigionieri austriaci di origine trentina, friulana, giuliana, dalmata nel caso che essa si fosse schierata a fianco dell'Intesa. Idea inattuabile, a quello stato delle cose, data la dichiarazione italiana di neutralità seguita immediatamente (3 agosto) allo scoppio del conflitto. Le cose cambiarono con il maggio 1915, quando l'Italia, entrando in guerra, divenne alleata della Russia. Poche settimane dopo questa data partirono da parte della Missione Militare Italiana accreditata a Pietrogrado presso lo Stato Maggiore russo iniziative volte a rintracciare i prigionieri delle terre irredente e a riunirli a Kirsanov, nel governatorato di Tambov
(Kirsanov, distante 500 km circa da Mosca, in direzione sud-est, sulla linea ferroviaria Tambov Saratov). In appoggio alla Missione Militare si formò anche un comitato di assistenza da parte di civili filo-italiani che collaborò in diversi incarichi e provvide alla raccolta di fondi e indumenti a beneficio dei prigionieri.
Nel promuovere l'invio a Kirsànov dei prigionieri optanti per l'Italia fu determinante l'opera del mercante di stampe tesino Vigilio Ceccato
(Vigilio Ceccato, originario di Cinte Tesino, dov'era nato nel 1867, s'era trasferito a Mosca nel 1880 come praticante nel negozio di riproduzioni a stampa e quadri artistici di Battista Avanzo, di cui divenne poi collaboratore. Alla morte dell'Avanzo, Ceccato fondò una propria ditta con quel genere di attività commerciale. Di sentimenti filo-italiani, ricopriva incarichi in organizzazioni economiche e associazioni culturali della città. Era presidente della Dante Alighieri, membro della Camera di Commercio Italo-Russa, presidente della Società Italiana di Beneficenza, generosa nel campo delle opere caritatevoli. Si prodigò nell'assistere prigionieri irredenti viaggiando per tutta la Russia, portando loro sollievo morale, denaro, indumenti, sigarette, cibarie, e raccomandando ai medici russi i prigionieri bisognosi di cure. Prigionieri furono accolti nelle famiglie trentine residenti in Russia. Ceccato morì a Trento (avendo lasciato la Russia a causa della rivoluzione) nel novembre 1921.).
Altra figura particolarmente importante nell'aiuto ai prigionieri trentini fu la marchesa Gemma de Gresti sposata Guerrieri Gonzaga
(P. Marchesoni, "Gemma Guerrieri Gonzaga" in AA. VV. La Prima guerra mondiale, Didascalie 1998.). La nobildonna, sollecitata dalle richieste che le venivano rivolte e mossa dal suo animo generoso, s'interessò a fondo dei prigionieri trentini in Russia, facendo di Torino, dove risiedeva abitualmente, il centro della sua attività umanitaria e patriottica.
Poté contare sulla collaborazione di parenti e conoscenti in Russia, del Consolato russo a Torino e delle autorità italiane in Russia. Fece di tutto per convincere il Governo italiano a organizzare il trasferimento dalla Russia in Italia dei prigionieri delle terre irredente che avessero chiesto di divenire cittadini italiani.
Si occuparono della questione altri personaggi, in tempi e con funzioni diverse: furono l'orefice Lombardo, e in modo particolare il giornalista Virginio Gayda che presso l'ambasciata italiana a Pietrogrado stava svolgendo una missione speciale affidatagli congiuntamente dai Ministeri della Guerra e degli Esteri del Governo italiano
(Bazzani G., Soldati italiani ne/la Russia in fiamme. Il libro di Bazzani, per molti aspetti testimone diretto delle vicende narrate, si è rivelato una fonte indispensabile e ricchissima per il tema trattato, ineludibile per chi vuoi conoscere la storia dei soldati trentini prigionieri in Russia nella prima guerra mondiale.).
L'operazione di raccolta dei prigionieri austriaci di lingua italiana avvenne inizialmente in modo approssimativo. Ciò fu dovuto al fatto che i rappresentanti dello Stato italiano in Russia, di là dalla buona volontà, non erano pronti a gestire il problema nella sua reale dimensione e poco aiuto avevano dalla burocrazia russa che si dimostrava lenta e inconcludente, per lo più presa dalle necessità della guerra e frenata dalle pressioni contrarie a quell'idea che non tardarono a manifestarsi. Le posizioni ostili venivano sia dai circoli panslavisti che si contrapponevano agli irredenti triestini, istriani e dalmati sia da quelli favorevoli agli Asburgo che consideravano traditori coloro che si fossero sottratti alla prigionia venendo meno alloro onore di soldati e alla solidarietà con i commilitoni prigionieri; venivano ancora dalle istanze dei possidenti e degli industriali che non volevano privarsi di buoni lavoratori quali avevano dimostrato di essere i prigionieri.

Nonostante tutto, a Kirsanov erano stati raccolti 3250
(Essi raggiungeranno quota 4.000 (2.500 dei quali trentini) nel corso del 1916 e nel 1917 supereranno quota 6.000.) prigionieri irredenti in attesa di lasciare la Russia per l'Italia. Ma la partenza veniva continuamente procrastinata.La qual cosa stava creando delusione e sconforto fra i prigionieri ivi raccolti. Sulle difficili condizioni riscontrate a Kirsanov intervenne in più occasioni la stampa nazionale italiana che sollecitava una soluzione a breve.



Una speciale missione militare italiana

Convinto della necessità di prendere in mano la situazione dei prigionieri irredenti, nella primavera del 1916 il Ministro italiano della Guerra, in accordo con quello degli Esteri, costituì la Missione Militare speciale da inviare in Russia. Formata a Torino, da quella città partì il 16 luglio 1916 e giunse a Pietro grado il 2 agosto, via Gran Bretagna e attraversando la Scandinavia.
La Missione era guidata dal ten. col. di S. M. Achille Bassignano, coadiuvato da venti ufficiali fra i quali il capitano dei carabinieri Cosma Manera e i sottotenenti trentini Larcher, Poli e Parisi.
In un secondo tempo, al gruppo di ufficiali sarà aggregato il tenente trentino Gaetano Bazzani, che diventerà una pedina importante nello svolgimento dei compiti della Missione.
A Pietrogrado, dove s'era insediata, la Missione Militare speciale prese atto di quanto fino ad allora avevano fatto in favore dei prigionieri irredenti i responsabili della Missione Militare ordinaria e il Comitato di assistenza, e assunse su di sé tutte le competenze.
Bassignano trovò presso lo zar Nicola II un'accoglienza particolarmente favorevole. Il Capo Missione, invitato a colazione dallo zar, in una lettera indirizzata alla moglie si soffermò a descrivere la cordialità che gli era stata riservata
(Pellegrini, " .. L'interminabile odissea degli irredenti prigionieri dei russi", in Storia illustrata, nov. 1983.).
Quell'incontro fece capire a Bassignano che era possibile raddoppiare il numero dei prigionieri irredenti da raccogliere e trasportare in Italia. Diede quindi disposizioni affinché ciò avvenisse, considerato anche il gran numero di prigionieri austro-ungarici (e quindi trentini) caduti in mano russa con le vittoriose operazioni condotte nel 1916 dal generale Brusilov.
Gli addetti alla Missione si dettero da fare senza frapporre indugi. Raggiunti i luoghi di maggior concentrazione dei prigionieri sparsi nei 45 governatorati dell'impero zarista, raccolsero le adesioni per !'Italia, le quali non erano per niente scontate; molte maturarono anche nel contrasto delle opinioni presenti fra gli ex combattenti austriaci.
Buona parte dei prigionieri trentini, infatti, non ne erano attratti.
Comprensibili le perplessità e i rifiuti:
- Perché infatti avrebbero dovuto rifugiarsi in Italia, loro che italiani non erano pur essendo di madrelingua italiana, e l'Austria era la loro casa e la casa dei padri, e all'Imperatore avevano giurato fedeltà?
- Una volta giunti in Italia, poi, come avrebbero potuto ricongiungersi ai familiari rimasti in territorio austriaco?
- Quali sanzioni e rappresaglie avrebbero dovuto subire le famiglie degli optanti per l'Italia da parte delle autorità austriache? E della propria casa e della propria terra che ne sarebbe stato se l'Italia avesse perso la guerra?
C'era poi la difficoltà di stabilire un contatto con i prigionieri che non si trovavano nei campi di raccolta loro riservati.
Molti di loro, sparpagliati in una miriade di masserie disseminate nella sterminata pianura, facenti parte di villaggi distanti l'uno dall'altro anche decine di chilometri, erano all' oscuro dell'esistenza e ancor più dell'attività della Missione, e dell'opportunità di riparare in Italia.
Il roncegnese Ettore Murara, come leggeremo, dopo le prime voci apprese in prigionia nel giugno 1915, non ne aveva saputo più nulla. Così avvenne per molti altri. La resistenza dei "datori di lavoro" ad informare e a lasciar partire quella preziosa manodopera aveva spesso buon gioco.



La vita nel campo di Kirsanov

Come detto, i prigionieri di guerra austriaci delle province di confine, nei documenti ufficiali italiani definiti "prigionieri irredenti", che desideravano essere condotti in Italia furono raccolti a Kirsanov, luogo che il governo russo aveva destinato loro. Quella cittadina divenne "un'oasi di italianità nel cuore della Russia" (G. Bazzani, Soldati italiani.). Fra le migliaia di prigionieri ivi radunati dalla Russia, dalla Siberia e dal Caucaso, si trovarono anche roncegnesi dei quali diremo a suo tempo.
A Kirsanov le migliaia di prigionieri furono ripartiti in diversi fabbricati (cinema, scuola, fabbriche ... ) distribuiti nella città, ospitati in enormi stanzoni dotati di tavolati a due piani
(Molignoni A., Trentini prigionieri in Russia. Agosto 1914 - Settembre 1916.). Avevano in comune la cucina gestita dai militari russi di quel distretto.
Gli ufficiali irredenti erano riuniti in una casa privata con cucina e letti propri, e un salario mensile assegnatogli dal governo russo.
Il servizio sanitario era curato dai medici irredenti che vi avevano allestito un'infermeria. I casi più gravi erano trattati presso l'ospedale militare russo. La posta funzionava.
La responsabilità dell'acquartieramento era del comandante del reggimento di cavalleria russo di stanza nella cittadina, che aveva dislocato dei picchetti di guardia a ogni caserma.
Chi era in possesso di abilità richieste in città, aveva la possibilità di lavorare fuori.

A Kirsanov, per rendere meno malinconici e inutili i giorni della prolungata e sofferta attesa della partenza, si organizzò spontaneamente una vita sociale favorita da quella fervida tradizione associativa che nei centri più grossi del Trentino e nei piccoli villaggi aveva fatto nascere gruppi corali, corpi musicali, filodrammatiche, iniziative culturali ed economiche di vario genere.
Pur in tempo di guerra e con la povertà dei mezzi che possiamo immaginare, si formarono in quel luogo di raccolta di prigionieri un coro e un'orchestrina, si diede origine a un giornaletto settimanale
(Si intitolava "La nostra Fede" e uscì da febbraio a giugno 1916.) e a un quotidiano chiamato "Bollettino di guerra" (Veniva letto ogni sera nelle camerate. Sospeso dopo 126 numeri, proseguì manoscritto.), a concerti e conferenze, a manifestazioni di spirito irredentistico (Fu composto anche un inno cantato la prima volta il 24 maggio 1916, 1° anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia. Accanto al tricolore italiano furono esposti i vessilli delle province irredente.), si costruì nel 1916 un monumento "in memoria/ degli Italiani irredenti/ morti nell'attesa di rivedere la Patria/ libera dallo straniero" (Tra i prigionieri morti a Kirsanov dal settembre 1915 al settembre 1916 vi furono i valsuganotti Antonio Furlan di Torcegno (morto il 1° marzo 1916) Federico Michelini di Borgo (morto il 10 settembre 1916).).
Nel giugno 1917 fece la sua apparizione anche una bella bandiera italiana confezionata in proprio dagli irredenti.

A Kirsanov erano distribuiti i giornali italiani che aggiornavano sull' andamento delle operazioni sui vari fronti, in particolare su quello meridionale. Fece discutere, nel 1916, la cattura e l'esecuzione di Chiesa prima, poi di Battisti e Filzi, quindi di Sauro.



Il 4 aprile 1916 il quotidiano "La stampa" di Torino pubblicò un articolo di Virginio Gayda
(Gayda scrisse diversi pezzi sui prigionieri raccolti a Kirsanov. Diverrà, poi, direttore del Giornale d'Italia.), che aveva fatto visita ai prigionieri ivi raccolti. Il roncegnese Eduino Dorighelli ne trascrisse il pezzo per conservarlo come prezioso ricordo della sua prigionia in Russia e della permanenza a Kirsanov.
Gli mise per titolo: "Memorie di Russia." Lo proponiamo in appendice a questo capitolo, perché è un testo di indubbio interesse, pur se enfatico nel suo accentuato patriottismo.
Il lettore viene da esso introdotto nella realtà di Kirsanov e nell' atmosfera che caratterizzava il modo di vivere dei prigionieri impazienti di liberarsi dalla guerra, dall'inutilità di quel tempo e dalle privazioni che umiliavano, e smaniosi di venir trasportati in Italia.
La Missione Militare Italiana si prese cura della vita nel campo. Cosma Manera, con altri collaboratori, vi fu espressamente inviato con il compito di renderne più efficiente l'organizzazione (anche in senso militare), di risollevare il morale degli sfiduciati e di migliorare le condizioni generali degli uomini ivi radunati.



In Italia dal porto di Arcangelo

Reso impraticabile il transito per la regione balcanica dal viluppo delle contrapposte alleanze e partecipazioni al conflitto, la Missione Militare Italiana ripiegò su una via d'uscita terrestre-marittima più lunga ma praticabile: il trasporto per ferrovia fino al porto russo di Arcangelo sul mar Bianco, la circumnavigazione, oltre Capo Nord, della penisola scandinava, l'attraversamento dell'Inghilterra, della Manica e della Francia con approdo finale a Torino.

Nell'agosto 1916 partì per Arcangelo un convoglio di prigionieri giubilanti; a Vologda furono però fermati dall'indisponibilità del piroscafo ad effettuare il carico. Pochi giorni dopo si ritrovarono a Kirsanov, più delusi che mai.
In seguito le cose andarono per il verso giusto.
Il 14 settembre 1916 uno scaglione di 1.720 uomini riprese da Kirsanov la via per Arcangelo. Cominciato l'imbarco il 20 settembre, quattro giorni dopo il piroscafo
(Appartenuto alla marina austriaca, era caduto bottino di guerra in mano inglese che lo ribattezzò Huntspeal.) si staccò dal molo con gran festa e sventolio di bandiere.
Con le precauzioni richieste dalla presenza dei sottomarini nemici, il 3 ottobre entrò nel porto di Glasgow, dopo aver superato il mar di Barents e quello di Norvegia.
Percorsa in treno l'Inghilterra, solcate le acque della Manica e attraversata la Francia, dopo 8 mila chilometri di viaggio, il 9 ottobre i nuovi cittadini italiani giunsero a Torino accolti trionfalmente dalle autorità e dalla popolazione accorsa in massa. La folla che gremiva la stazione si agitava a salutare, a sventolare i tricolori, a protendere le mani, ad accompagnare con il canto gli inni suonati dalla banda. Anche i soldati avevano esposto i vessilli nazionali e regionali portati dalla Russia.

A metà ottobre di quell'anno, erano pronti per Arcangelo altri due scaglioni. Uno, anch'esso di 1. 720 uomini, prese posto sullo Huntspeal ritornato da Glasgow. Lasciò le acque del porto sul Mar Bianco il 30 ottobre, tra manifestazioni di gioia e patriottismo. Il 9 novembre fu a Glasgow, il giorno seguente raggiunse la Manica in treno, attraversò il canale con un piroscafo francese e il 15 novembre si concesse al bagno di folla nel capoluogo piemontese.
A breve distanza dal secondo scaglione ne seguì un terzo di 700 ex prigionieri, ospitato sul Medie, che seguì lo stesso percorso degli altri due, con una deviazione in Francia e arrivo a Milano, il 19 novembre.
Con questi tre convogli, tra settembre e novembre del 1916, vennero complessivamente condotti in Italia via Arcangelo 4.200 prigionieri, trentini in gran parte e gli altri adriatici. In poco tempo essi furono dirottati in varie città per una sistemazione decorosa e un lavoro.

Mentre i tre scaglioni avevano raggiunto in modo avventuroso ma senza inconvenienti l'Italia, un quarto costituito dagli ultimi arrivati a Kirsanov non ebbe ugual fortuna. Fatto partire seguendo l'itinerario dei precedenti, esso giunse ad Arcangelo che il porto era chiuso a causa del freddo che stava trasformando il mare Artico in un'enorme distesa di ghiaccio precludendo la navigazione. Il ritorno al punto di partenza era l'unica soluzione possibile. Il numero dei prigionieri irredenti presenti allora a Kirsanov s'aggirava sui 2.000. Costoro avrebbero dovuto attendere il nuovo anno.
La Missione Militare
(Era sempre guidata dal ten. col. Bassignano, ma si trovava ridotta di organico perché alcuni ufficiali avevano accompagnato in Italia i tre convogli partiti da Arcangelo. Il 15 marzo 1917 giunsero di rinforzo a Pietrogrado gli ufficiali Cosma Manera, ora maggiore dei carabinieri, e i due tenenti Bazzani (trentino) e Bacic, di Fiume. Da lì a poco, a motivo della rivoluzione, sarebbe dilagata l'anarchia che avrebbe reso inefficace la capacità operativa della Missione Italiana.),  nel frattempo e finché fu possibile, tenne i contatti con il governo russo per ottenere ulteriori consegne di irredenti da inviare in Italia proseguendo nelle ricerche di altri prigionieri.
Ma il 1917 portò un avvenimento che sconvolse la Russia e anche i piani della Missione Militare Italiana: la rivoluzione.
La sospensione da parte del governo provvisorio russo dello speciale trattamento riservato ai prigionieri austro-ungarici di lingua italiana di venir affidati, se lo desideravano, alla custodia della Missione Militare Italiana, costrinse la Missione stessa a operare autonomamente nella raccolta delle adesioni.
A questo punto è necessario vedere, per sommi capi, quanto avvenne in Russia nel 1917, per l'influenza che il sovvertimento politico ebbe sulla sorte dei nostri prigionieri di guerra rimasti in quella terra. La Missione Militare Italiana fu costretta ad operare in una complessità di situazioni e a prendere delle decisioni che erano in stretta relazione con l'affermarsi e l'espandersi delle forze rivoluzionarie (si veda poi l'avventura dei Battaglioni Neri nel capitolo "Trentini nel Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente").



La rivoluzione russa

In Russia, nel febbraio del 1917, vennero al nodo le pesanti conseguenze derivate dalla guerra. Dai campi di battaglia non erano ritornati centinaia di migliaia di giovani; la popolazione era alle prese con le code per il pane, la penuria di generi alimentari, il blocco dei trasporti... Il potere zarista, oppressivo e ingiusto, era inviso da gran parte dei contadini e degli operai. Esplosero all'interno della classe dirigente gli insanabili contrasti politici, sociali e religiosi.
Gli abitanti di Pietrogrado
(Pietrogrado era allora la capitale della Russia, elevata a tale rango nel 1713 col nome di San Pietroburgo. Con il 1919, ad opera del governo bolscevico, la città principale dello stato russo diventerà Mosca.) scesero a manifestare nelle strade; la conseguente repressione non fece che inasprire gli animi e richiedere l'allontanamento dello zar, costretto ad abdicare (Nicola Il, trasferito in Siberia dal governo bolscevico, sarà ucciso con i familiari il 17 luglio 1918 per ordine del Soviet degli Urali.).
La "Rivoluzione borghese" del febbraio 1917, così detta perché consentì alla borghesia di impadronirsi del potere, portò a una repubblica parlamentare.
Il potere fu preso dal Comitato temporaneo della Duma che elesse un governo provvisorio, guidato dal principe L'vov.
Ad esso concorsero le componenti moderate rappresentate dai liberali, dai socialisti rivoluzionari e dai menscevichi, convinte di dover procedere con gradualità sulla strada delle riforme evitando gli eccessi propugnati dagli estremisti
(Sulla rivoluzione in Russia utile il capitolo specifico in Storia dell'Età Contemporanea di P. Ortoleva e M. Revelli.). Il nuovo governo era, tra l'altro, favorevole alla continuazione della guerra nonostante la pressione popolare spingesse per una sua rapida conclusione.
Al Comitato e al Governo provvisorio si contrapponeva il Comitato esecutivo dei Soviet, al cui interno era forte la componente che spingeva per scelte radicali
(Erano, i soviet, dei consigli di autogoverno popolare in rapida diffusione in tutto il paese. Come tali erano costituiti di operai, contadini e soldati che si schierarono rapidamente dalla parte dei bolscevichi.).  E mentre il potere ufficiale borghese andava sempre più indebolendosi per il peggioramento della situazione economica, per i contrasti interni e la pressione militare tedesca sul piano bellico, la forza dei bolscevichi si espandeva sempre più per la sua capacità di proselitismo.
Oltre ai due poteri principali sopra esposti si ebbe una proliferazione di poteri e movimenti regionali che rivendicavano autonomia e indipendenza: segno di una società ormai in disgregazione. In aprile, le forze leniniste lanciarono lo slogan del potere al proletariato, con ciò puntando a sostituire la repubblica parlamentare con una repubblica dei Soviet.
Il 18 luglio a capo del governo provvisorio fu nominato Kerenskij, già ministro della Giustizia, costretto a operare in un clima di forti contrapposizioni interne ed esterne.
La coesistenza di forze l'un l'altra ostili non poteva che portare a una situazione caotica: da un lato i menscevichi e i socialisti rivoluzionari che rappresentavano ufficialmente l'autorità politica e dall'altro i bolscevichi che, forti dei risultati elettorali di agosto che davano la maggioranza ai Soviet di Mosca e di Pietrogrado, ritenevano esser giunto il momento di forzare i tempi della conquista del potere.
Il 24 ottobre (del calendario greco-ortodosso, il 6 novembre di quello gregoriano
(Dopo la Rivoluzione d'Ottobre uno dei primi atti del governo sovietico fu quello di adottare il calendario gregoriano.)) le Guardie rosse occuparono i punti nevralgici della capitale. Il 25 ottobre gli insorti, guidati da Lenin, con un colpo di mano presero il Palazzo d'Inverno e arrestarono i membri del governo provvisorio (Kerenskij riuscì a fuggire).
Dopo Pietrogrado l'insurrezione si estese anche a Mosca, pur con maggiori difficoltà, e in altre aree del paese. Il colpo di mano di Pietrogrado era destinato a diventare la Rivoluzione d'Ottobre. I Soviet inviarono a tutti i popoli un appello per la fine della guerra, rifiutato dalle potenze dell'Intesa. Gli Imperi Centrali, invece, si dissero pronti alle trattative, che si tennero a Brest Litovsk a partire dal novembre.
La stipula dell'armistizio consentiva, tra l'altro, agli Imperi Centrali di dirottare sul fronte italiano parte delle loro divisioni schierate sul fronte orientale.



La resistenza controrivoluzionaria

Il trattato di pace firmato il 3 marzo 1918, per quanto duro pér la Russia, consentiva ai bolscevichi di dedicarsi a consolidare il proprio potere in tutto il territorio nazionale. Operazione ardua per loro, perché era in atto, con l'appoggio delle potenze dell'Intesa, un vasto movimento di resistenza antibolscevico a partire dal nord del paese (dove si ebbero sbarchi di truppe guidate dagli inglesi), nell'estremità orientale (con americani e giapponesi a dare una mano ai russi antirivoluzionari) e nel sud, con consistenti reparti cecoslovacchi in appoggio a quelli russi "bianchi."
Sorsero in Russia, ma soprattutto in Siberia dove il bolscevismo non trovava fertile terreno, movimenti contro rivoluzionari.
I deputati della disciolta Costituente, specialmente i sociali-rivoluzionari, elessero Samàra come luogo di raccolta: vi formarono un governo autonomo sostenuto dall' Armata del popolo, costituita da soldati russi, più o meno volontari, e dalle truppe cecoslovacche ben organizzate e forti di diverse decine di migliaia di uomini: erano costoro ex combattenti austro-ungarici prigionieri di guerra in Russia. Nella Siberia occidentale, con sede a Omsk, era sorto un Consiglio regionale che riuscì a formare un governo siberiano provvisorio, di coalizione. Anche qui c'erano contingenti cecoslovacchi con le forze russe e dell'Intesa.
Pure in Estremo Oriente erano sorti governi autonomi regionali.

Sul piano militare, la guerra civile tra "Armate bianche" e "Armata rossa" si svolgeva con alterne vicende.
Kazan e Samara, conquistate ai primi di agosto 1918 dalle truppe "bianche" quali città significative di un più vasto territorio, furono riprese dai bolscevichi un mese dopo.
In quei frangenti operò a Samara un contingente formato con prigionieri austro-ungarici di lingua italiana raccolti in zona da un italiano, Andrea Compattangelo, che in quella città viveva e che era stato colpito nei suoi interessi economici dall'ondata di bolscevismo che stava dilagando. Lasciò tutto per guidare il battaglione di irredenti da lui costituito e chiamato "Savoia", del quale s'era proclamato capitano. Questo manipolo di soldati era alle dipendenze del gen. Rebiònok, comandante del presidio di Samara
(Il reparto di Compattangelo si batté, a fianco dei volontari di Samara e dei Cecoslovacchi, sul Volga e agli Urali.).
Rioccupata la città da parte delle truppe rosse, il battaglione anzidetto si trasferì di là dagli Urali raggiungendo prima Krasnojarsk e poi Vladivostok.
Testimone, suo malgrado, di queste vicende fu il soldato valsuganotto Pietro Pompermaier che si trovò inserito in quel battaglione. Leggeremo il suo scritto nel  capitolo delle "Memorie dei soldati".

Il 23 settembre 1918, le parti politiche di ispirazione antisovietica riunite ad Ufà, ai piedi degli Urali, trovarono un accordo nell'elezione di un Direttorio Panrusso che scelse Omsk come residenza. Era composto di soli cinque membri, che riuscirono, nonostante notevoli diversità politiche e rivalità personali tra i delegati delle varie regioni, a formare un Consiglio dei Ministri. Ministro della guerra era l'ammiraglio Kolčak.

La guerra civile fu lunga, feroce, terribilmente sanguinosa, con effetti devastanti sull'economia già messa in ginocchio dalla guerra.
Solo con la primavera del 1920 gli ultimi reparti "bianchi" deposero le armi.



Che fare dei prigionieri rimasti a Kirsanov?

A mano a mano che la Russia scivolava nella guerra civile, prima con i disordini e poi con l'insurrezione di Pietrogrado e di Mosca, la Missione Militare Italiana si trovò a operare in una paurosa anarchia.
A quel punto si faceva urgente proteggere i componenti della colonia italiana presenti in Russia che intendevano lasciare il paese aiutandoli nella fuga (per ferrovia attraverso la Finlandia e la Norvegia o per mare da Arcangelo). Rimaneva inoltre, assillante, il problema dei numerosi irredenti raccolti a Kirsanov.Toccò al ten. Bazzani occuparsi degli uni e degli altri. Reperiti 600 posti su una nave di trasporto alleata in partenza da Arcangelo (era l'ottobre del 1917), sollecitò l'invio da Kirsanov di altrettanti irredenti. Con fatica e ritardo il convoglio si mise in marcia. Ma ormai la nave aveva lasciato il porto. Il treno fu allora fermato a Vologda e i 600 (agli ordini del ten. Bacic) furono ospitati in baracche militari. Chi poté trovò lavoro in città.
Di questo convoglio faceva parte Ettore Murara; ne parla nel suo diario.
Non essendo in partenza da Arcangelo nessun'altra nave, gli italiani giunti in quel porto furono fatti salire a piccoli gruppi su battelli che facevano rotta verso i paesi alleati. Furono così spediti verso l'Italia un centinaio di connazionali e una sessantina degli irredenti di Vologda aggregati a uno scaglione di Serbi assegnati a trasporti francesi.
Poi, il porto e la sede di Arcangelo furono chiusi.
Il Bazzani passò allora a Pietrogrado, città messa a ferro e fuoco dai rivoltosi. Nel gennaio 1918 lasciò anche Pietrogrado e si portò a Vladivostok viaggiando con una folla di persone in fuga. Bassignano si trasferì a Mosca collaborando per la riorganizzazione dell'esercito russo
(Bassignano rientrerà in Italia nel settembre 1918.). Il compito di responsabile della Missione Militare fu assegnato al magg. Cosma Manera, trasferitosi a Kirsanov.

Da quanto detto, trovano una spiegazione sia gli intoppi incontrati nell'estate del 1917 dai soldati in prigionia nel mantenere i contatti avviati con la Missione e nell' ottenere le necessarie autorizzazioni per raggiungere Kirsanov, sia, più tardi, la precari età di un viaggio in cui nulla era possibile prevedere che avesse una garanzia di riuscita.
Il compito del nuovo capo-missione Cosma Manera, in quello stato di generale disordine politico, amministrativo e sociale, era di una difficoltà estrema. Che fare dei 2.000 prigionieri che ancora si trovavano a Kirsanov, bisognosi delle cose essenziali, privi di certezze e di autorità di riferimento?



In Oriente

Preclusa la strada europea, al magg. Manera non restava che indirizzare le partenze per la via dell'Oriente, attraversando la Russia e la Siberia. L'approdo a Vladivostok o in Cina avrebbe consentito l'imbarco da là in direzione del Mar Rosso e del Mediterraneo. Raggiungere da Kirsanov il lontano oceano Pacifico in quel clima di anarchia e guerra civile era un'impresa rischiosa, ma l'unica attuabile. L'effettuabilità derivava da questo: la transiberiana non era ancora caduta sotto il controllo bolscevico e lo stato degli approvvigionamenti in Siberia era discreto.
Il magg. Manera fissò la partenza da Kirsanov di un primo gruppo di 400 uomini per il 24 dicembre 1917. Ma il treno assegnato per il trasporto fu preso d'assalto dalla soldataglia russa che lo utilizzò per i propri spostamenti.
Visto allora che i russi gli promettevano treni che non arrivavano, il capo-missione si rese conto che non aveva senso agire per vie ufficiali né poteva pensare di ripetere i trasferimenti a grandi scaglioni del 1916; i prigionieri ancora raccolti a Kirsanov avrebbero potuto partire solo alla spicciolata. Ordinò di suddividere i 2.000 in gruppi di una quarantina di uomini, scegliendo per ognuno il capogruppo. S'accordò con il capostazione di Kirsanov perché su ogni treno diretto in Estremo Oriente (ne passavano 3 nelle 24 ore, quando tutto andava bene) potesse trovar posto il gruppo di turno degli ex prigionieri. Consegnò a ognuno di essi i documenti italiani, un foglio speciale che gli consentiva di viaggiare gratis e 40 rubli per le necessità del viaggio. Diede le indispensabili istruzioni sui nodi ferroviari e sulle diramazioni da prendere.

Il piano funzionò. Da Vologda, il 25 dicembre 1917 il ten. Bacic fece partire, in gruppi, 120 uomini, la seconda parte dei 600 dello sfortunato tentativo di ottobre (il viaggio è bene narrato da Ettore Murara). L'ultimo gruppo lasciò la città il 31 dicembre 1917.
Nel periodo gennaio-febbraio 1918 anche da Kirsanov se ne andarono tutti.
Viaggiare sulla transiberiana
(La Transiberiana è la ferrovia che percorre tutta la Siberia da occidente a oriente, partendo dalla Russia Europea e giungendo all'oceano Pacifico. In 200 ore essa consente di partire da Mosca e giungere a Vladivostok sul Mar del Giappone percorrendo la distanza di oltre 9.000 chilometri: 70 le fermate lungo il tragitto, sette i fusi orari attraversati, civiltà e scenari diversi. Oltre ad essere la ferrovia più lunga del mondo, è anche il mezzo terrestre più rapido di collegamento tra l'Europa e l'Estremo Oriente. I lavori per la sua costruzione s'iniziarono nel 1891, con prestazione di manodopera anche italiana. Con il 1901 cominciò a funzionare il primo tronco e i primi treni merci raggiunsero allora Vladivostok. Per evitare l’attraversamento della Manciuria, passata dopo la guerra russo-giapponese del 1904-05 nella sfera d'influenza del Giappone, la Russia costruì tra il 1907 e il 1917 un altro tronco interamente in territorio russo; questo, partendo da Cita, compie un'ampia ansa percorrendo la valle dell'Amur. segue nell'ultimo tratto il fiume Ussuri e giunge a Vladivostok con un percorso più lungo. Dalla Transiberiana si dipartono tutte le principali comunicazioni con l'Asia russa e con i Paesi confinanti. Seguendo il percorso cinese, dopo Cita la ferrovia si muove verso sud. Alla stazione di Manciuria i viaggiatori erano in quel tempo sottoposti al controllo di una commissione ferroviaria di confine composta da un funzionario inglese, uno russo e uno cinese. Pur in territorio cinese, la ferrovia era sottoposta ad amministrazione russa. Ad Harbin, in Manciuria, i viaggiatori potevano dirigersi direttamente a Vladivostok, oppure con la ferrovia mancese scendere ad Harbin, Shenyang e più giù a Tientsin. La Transiberiana ha consentito lo sfruttamento agricolo e minerario della Siberia e ha sviluppato notevolmente le relazioni commerciali in tutta l'area asiatica collegandole fra loro e con l'Europa. Ancora oggi la storia di questo treno è permeata di mito e leggenda che rivivono a scopo turistico in viaggi da sogno.) nei mesi invernali era una tribolazione. Dentro il vagone una stufa riscaldava solo quando poteva essere alimentata; e gli uomini erano vestiti in modo inadeguato. Per nutrirsi i prigionieri dovevano approvvigionarsi nelle stazioni con quello che riuscivano ad acquistare.



Con la capacità di cavarsela da soli 2.500 uomini (con quelli che si aggiunsero per via) raggiunsero avventurosamente l'Oriente; nessuno risultò disperso. Solo uno morì di malattia, a Manciuria, stazione di confine con la Cina.
Gli ultimi a partire, il magg. Manera con un gruppo di anziani e ammalati, e subito dopo il ten. Bazzani diretto a Vladivostok, con il compito di controllare che presso le stazioni nessuno dei partiti fosse rimasto a terra.
A coloro che erano stati trasportati in Oriente fu data una sistemazione provvisoria in luoghi diversi, dato il loro numero elevato. 1.600 furono trattenuti ad Harbin, città cinese al centro della Manciuria, importante nodo ferroviario per i collegamenti con Pechino e Vladivostok; 600 furono alloggiati in baraccamenti a Lao-scha-gon, sulla linea Harbin – Mukden (Shenyang) e 300 nei pressi di Vladivostok. Questi ultimi, di lì a poco, furono trasferiti per lo più ad Harbin.
Ma non passò molto, e gli irredenti erano in treno diretti verso sud, dove avrebbero trovato alloggiamenti migliori. Oltrepassata la grande muraglia, giunsero ai primi di marzo a Tientsin, la "porta del cielo", importante città commerciale dal sapore cinese ed europeo insieme.
A Tientsin l'Italia, fin dal 1900, aveva una concessione territoriale per installarvi la propria rappresentanza commerciale e finanziaria
(A partire dal 1860 il governo cinese aveva accordato concessioni territoriali a Francia, Gran Bretagna, Giappone, Germania, Russia, Austria Ungheria, Belgio e, abbiamo visto, all'Italia, contribuendo con ciò al notevole sviluppo della città e alla nascita del quartiere europeo.).




Il distaccamento irredenti

Quei 2.500 irredenti (1.600 trentini e 900 delle provincie adriatiche) costituirono ufficialmente il Distaccamento Irredenti, agli ordini del magg. Manera.
Il grosso di loro rimase alloggiato a Tientsin; 500 furono spostati a Pechino e 250 a Shan-hai-kuan, dove la grande muraglia, scendendo dai monti, va a lambire il mare. Il ten. Bazzani era il responsabile di questi due ultimi gruppi.
Organizzati sempre militarmente, furono raggruppati in 12 compagnie. Vestiti a nuovo, decorosamente alloggiati, recuperati nel fisico e confortati nello spirito, gli ex prigionieri conducevano le giornate con attività di tipo militare, sportivo, ricreativo e culturale. Nel tempo libero potevano girare per la città e farsi fotografare sul risciò.



Prime partenze

Coloro che avevano buone ragioni per non far parte del Distaccamento Irredenti o non ne erano idonei, furono avviati ai vapori in partenza dalle cose del Pacifico.
I primissimi arrivarono a Torino il 16 marzo 1918; erano in otto, tra loro Ettore Murara e i suoi compagni di ventura.
Avuta l'occasione di far giungere in Italia un centinaio di uomini posti sotto la sua tutela, il magg. Manera fece radunare dai tre acquartieramenti i più malandati e i più anziani e li fece imbarcare su una nave americana in partenza da Vladivostok per San Francisco. Giunsero in quel porto il 12 maggio 1918. Su un treno speciale attraversarono il territorio degli Stati Uniti accolti nelle principali stazioni con manifestazioni di giubilo da parte dei molti italiani che vi si erano raccolti.Dopo quattro giorni furono a New York.
Con il G. Verdi attraversarono l'Atlantico e attraccarono nel porto di Genova il 27 giugno.
Seguì un secondo imbarco su un piroscafo americano, nel giugno 1918, che interessò 370 uomini. Alla metà di luglio questi raggiunsero San Francisco e, un mese dopo, New York. Furono anch'essi a bordo del G. Verdi e durante la navigazione ebbero modo di festeggiare la vittoria dell'esercito italiano sul Piave. Sbarcarono a Genova accolti entusiasticamente.
Altri 150 uomini partirono il 15 giugno e videro Genova alla fine di agosto 1918.
Degli altri diremo più avanti.



APPENDICE AL CAPITOLO
I PRIGIONIERI DI KIRSANOV


Articolo pubblicato su La Stampa il 4 aprile 1916, a firma di Virginio Gayda, conservato fra le memorie della guerra in casa di Arturo Dorighelli.
«Trentasei ore da Pietrogrado nel cuore della Russia. Qui c'è il più grande concentramento degli italiani. [... ] La città è piccola, vuota e silenziosa. Ero già passato d'estate venendo dal sud; la campagna piana, rasa senz'alberi, macchiata di grandi oasi gialle di fiori, era piena di sole; ora tutto tace. Tutto il paese è indefinitivamente bianco.
Dall'altura di Kirsànov si domina tutt'attorno un ammasso grigio uguale e vaporoso che si fonde nell'orizzonte col cielo pure grigio senza distacco, come un oceano. La Russia ha spesso di questi paesaggi: cielo e terra sono una sola nota, che ne danno nella loro sterminata monotonia una indefinibilità ed innafferrabilità di vuoto.
[... ] Kirsànov è piccola e consueta città di provincia. Oh!, come si somigliano tutte queste città provinciali della Russia, in cui la storia si è fatta attraverso la distruzione e non lasciò più nessuna fisionomia. Strade larghissime, perché i russi vogliono l'aria e lo spazio non manca, casette basse a un piano, di legno, chiuse e mute, con recinti di palizzate, la torre alta del fuoco nella piazza centrale ove c'è il mercato, la cattedrale bianca coi suoi sette palloni verdi delle cupole. [... ] Tutto è mesto e silenzioso per 6 mesi sotto la neve.
Qui sono radunati 2.500 soldati e 60 ufficiali prigionieri. Sono venuti da tutta la Russia, da Kiev, da Darnica ove vengono raccolti appena arrivati dal confine galiziano, da Orlov sino in Siberia sulle rive dello Jenissei... e a sud nel Turchestan a Kasolin e a Taskent.
Ve ne sono di quelli che hanno vagabondato assai per la Russia sia asiatica che europea, dal nord al sud, viaggiando lentamente a tappe da un campo all'altro di concentramento.
Ora si dividono i prigionieri tedeschi dagli italiani e questi sono lentamente raccolti a Kirsànov.
12.500 sono acquartierati qua e là dove c'era posto, ma queste miserrime stamberghe hanno tranquilli nomi onorati come nel servizio in tempo di pace: teatro, borsa, carceri e comando. Sulla porta d'entrata d'ogni casa veglia una guardia russa di riserva senza fucile, come un buon portinaio sfaccendato.
Sventolano gran bandiere italiane e russe: le hanno messe i soldati dimenticati dall'Austria, tormentati nel loro ultimo esilio che pensano sempre all'Italia. Sono povera gente, gli italiani d'Austria. Appena dichiarata la guerra le terre italiane dovettero dare gli uomini fino a 50 anni e i loro reggimenti furono mandati avanti tutti in Russia. Erano destinati al sacrificio. Quando cominciò la catastrofe che portò alla caduta di Leopoli, furono decimati. Il 97° reggimento in soli tre giorni fu soppresso per metà. Una parte si salvarono cadendo prigionieri dei russi.

Il rancio nel campo. Vengono in colonna quattro per quattro a prender la loro razione che si distribuisce su una lunga spianata aperta sotto la neve, su al comando russo. Ragazzi e vecchi grigi e stanchi, si trascinano con fatica, anzi molti, zoppicano. Vestono ancora l'uniforme austriaca, ma le reliquie sono consumate. Qualche mese di guerra in trincea e dieci o quindici mesi di prigionia hanno ridotte le giubbe e i cappotti in brandelli, e non c'è stato più modo di rivestirli.
I prigionieri in Russia sono decine di migliaia e la Russia deve prima pensare per i suoi soldati che combattono.
Passano le compagnie di straccioni e di mendichi. È arrivata pochi giorni fa una colonna da Orlov, dopo aver girovagato attraverso questa sterminata Russia; molti non hanno né scarpe né cappotto, solo due ceste di paglia pei piedi nudi. E la neve è ancora molto alta e dalle giubbe squarciate escono braccia e spalle nude. È l'esercito della miseria.
Decine di uomini, perché assai stracciati, non possono uscire dalla loro baracca a prendere il rancio causa il freddo, e perciò aspettano chiusi tutto il giorno che vadano i compagni a portare con la gamella le vivande già fredde.
Il rancio è poca cosa. Lo cuociono in una cantina piena di vapore gl'italiani stessi. Zuppa di cavolo acido, 250 grammi di cleba nera, 50 grammi di cassa poco più di una polenta d'orzo e talvolta 25 grammi di carne o pesce bollito. La mattina e la sera "acqua calda"; ma solo qualche soldato che ha qualche copeco in tasca può farsi il the. Il rancio costa circa 13 copechi per uomo. Una volta il Comando russo pagava fino a 42 copechi per uomo, ma il Governo russo, visto che in Germania e in Austria si dava pure rancio misero ai prigionieri russi, anche questo, per rappresaglia, fece altrettanto.

Nelle linee che si schierano nella spianata pel rancio sono tutti visi pallidi. Non c'è allegria. Gli uomini mangiano in piedi col berretto calato sulle orecchie, sbattono a tratti le braccia muti, senza parole; anche i triestini, così rumorosi e queruli, sono muti. Si è stanchi, soli e lontani. C'è qualcuno che aspetta fin dalla prima giornata notizie dal proprio paese, dai suoi di casa: dove saranno? Forse morti? E la Casa d'Austria si vendica, l'artiglieria bombarda, schianta, abbatte.
Vi sono centinaia di prigionieri che hanno disperso per la Russia il loro denaro: partivano per una nuova tappa prima che arrivasse il denaro e andrà forse perduto mentre essi non hanno più nulla.
I prigionieri sono divisi in 9 compagnie, ognuna diretta da due sottufficiali e da un ufficiale. Nessuna severità. Gli ufficiali italiani sono tutti laureati o laureandi, studenti e pacifica gente d'affari, fraternizzano coi soldati. Le compagnie si possono scegliere dieci uomini per turno col permesso speciale di un'ora per le compere di tutta la compagnia; ogni squadra è comandata da un caposquadra russo, che dà gli ordini nella sua lingua. La gente si ferma a guardare curiosa e dice poi "Talianski", prima diceva "Austriski", e molti sotto il cappotto lacero fremevano. Ora anche i cittadini di Kirsànov che non avevano mai udito parlare di quel lontano "paese del sole" hanno imparato a distinguere e non ci guardano più come nemici.
Le compagnie sono alloggiate in enormi baraccamenti di legno a più piani; ogni soldato occupa il suo posto in un piccolo spazio. Nel "teatro", in due soli stanzoni, sono ammassati più di 600 uomini. Vi dormono su tavole nude col cappotto per cuscino, testa contro testa, premendosi le spalle contro quelle dei vicini. Fa caldo. Le finestre, secondo sistema russo, sono inchiodate o ingessate. La luce filtra da poche vetrate, ma alle tre del pomeriggio è già scuro e allora incomincia la noia di tutta quella gente malata di nostalgia, condannata nella monotona immobilità a pensare nel buio, mentre in qualche angolo si accendono delle fiammelle, e in qualche gruppo si racconta e si legge.
Entra nelle camerate l'ufficiale della compagnia. "Attenti", si grida. E sui due piani dell'impalcatura si allineano i soldati rigidi nel silenzio, in un attimo. Ma subito i visi dei lontani si tendono e chi può esce dalle file per vedere e sentire meglio. "Buondì, sior" e sorridono. È qualcuno che viene a trovarli. È lungo tempo che non si vede nessuno. La piccola novità è un avvenimento. Parliamo, la gente si raccoglie in cerchio; dal secondo piano sporgono cento teste, qualcuno rumoreggia "silenzio"; tutti vogliono udire e sapere.
Quanto durerà ancora, quando si parte, che cosa ne pensa l'Italia di noi. Poveri ragazzi! E sono tutti triestini, trentini e furlani... Qui sono giovani e vecchi, ma tutti soffrono. Molti sono venuti dalla Siberia, là c'era freddo, ma più libertà. Quando fu dato l'annuncio della loro destinazione pareva un'irreparabile condanna a morte, pareva una disperazione. Un prete militare disse . "È finita!" e scoppiò in singhiozzi. Invece il paese del gelo li accolse col sole pieno d'allegria. Nei villaggi, a migliaia di "versta" dalla ferrovia, arrivarono in tappe di tre quattro giorni delle colonne di carri. .. Là la gente guarda i prigionieri con buon occhio, con simpatia, e li aiuta come meglio può.

Qui invece non c'è lavoro e le giornate nelle camerate sono lente e vuote e terribilmente disperate. Ma fra i soldati molta gente ha una qualche cultura: sono studenti, ingegneri, avvocati, uomini d'arte e di comando. Questi sono i più tristi, non domandano niente a nessuno, si tormentano soli nell'attesa, pallidi, distrutti dal lento digiuno, vergognosi nella loro miseria, stracciati, senza colpa, pensando come in sogno alla vita passata quando erano persone libere ed attive. Io rividi molti dei miei compagni di studio, erano di cuore e pieni d'audacia, ora sono assieme nelle camerate nude e silenziose, fattisi improvvisamente timidi come signori decaduti, si aiutano come possono, fraternamente dividendo tutta la loro ricchezza, pochi grammi di zucchero, qualche vecchio giornale che arriva fra le mani, scrivono, leggono e domandano libri. Ci sono anche scultori; uno riuscì a vendere un suo lavoro quand'era in Siberia ... Ci sono anche dei musici: s'è fatta un'orchestra alle "carceri." Quando venne il nostro console italiano Gazzurelli in viaggio per i campi di prigionieri italiani, si pensò all'orchestra. Si hanno 7 violini, qualche ottone regalato dal Comando russo, una chitarra e due enormi "baballo", strumenti russi assai grandi, ma fatti come una mandola a tre corde.Non si aveva musica, il direttore improvvisò alcune suonate a memoria al chiarore d'un mozzicone di candela; così provando e riprovando si ebbe un piccolo concerto. Poi si sono aggiunti un tenore di forza che a Fiume è decoratore di case, un baritono comico e uno spirito allegro di falsetto "Marianna." Prima si fece la ronda fra le caserme poi si passò in città.
Furono dati due concerti e si raccolsero 1.500 rubli per i prigionieri russi in Germania ... Tutta Kirsànov ne parla.
Ma c'è qui anche gente che muore. È venuta dal campo ammalata ed ora si spegne lentamente. Il piccolo ospitale che a Kirsànov i medici hanno alla meglio edificato ne è pieno. »


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27/01/2019
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