Sulle Rosse Nevi di S. Osvaldo - Gruppo Alpini Roncegno

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Sulle Rosse Nevi di S. Osvaldo

La 1a G.M.


SULLE ROSSE NEVI DI S. OSVALDO

di Luca Girotto


Il 15 aprile 1916, sabato delle Palme, gli stanchi Standschutzen del btg Zillertal videro arrivare una macchina sulla strada del Panarotta: ne scese un ufficiale dello Stato maggiore austriaco, il principe Elias von Parma, che prese alloggio in un rifugio presso la vetta assieme a diversi altri "alti papaveri".
Apparve ben chiaro presto che si sarebbero trattenuti a lungo; tutti avvertivano che nell'aria c'era qualcosa di strano.
Alle 16.00 dello stesso giorno il col. Natiesta, comandante del IV° btg del 4° rgt fanteria viennese "Hoch und Deutschmeister ", saliva all'osservatorio d'artiglieria sommitale, seguito tre ore più tardi dall'intero reparto che prendeva posizione nelle trincee della linea fortificata principale tra la cima (q.2002) ed il Weitjoch.
Le mitragliatrici furono trascinate su slitte o trasportate a spalla.
Dopo circa un'ora di riposo l'intero battaglione scendeva sulla neve ghiacciata della mulattiera Weitjoch -Cinque Valli per radunarsi, assieme al I/63°, presso le case Erterli.
Tra le 3.00 e le 5.00 del mattino del 16 aprile, le truppe assunsero il definitivo schieramento d'attacco, sotto una violentissima tormenta: il IV/4° sul cocuzzolo di Frattasecca (q.l656 I.G.M.), ancora occupato da una compagnia Landschutzen, il I/63° nei boschi sul versante nord del crinale, tra Frattasecca e Prà di Castello (q.1415 LG.M.); rimaneva in riserva presso il Weitjoch il III/64°.
Al di là dei reticolati, nelle posizioni fronteggianti i Deutschmeister, gli italiani non erano ancora ben consci della bufera che andava adddensandosi sulle loro teste. Reparti del 32° fant. stavano rafforzando sulla prima linea le compagnie dell'84° che avevano condotto l'offensiva del 12 e 13 aprile, ma ricoveri e trincee erano ancora allo stato embrionale: in due giorni non s'era potuto far molto e si contava soprattutto sul riparo dei boschi per proteggersi dall'eventuale tiro delle artiglierie.
La dislocazione delle regie truppe nella zona S.Osvaldo-Valcanaia era la seguente: la 6a comp. del 32° nei camminamenti delle quote 1581 e 1523 fronteggianti l'avamposto austriaco di q.1623 ( Sasso Alto ), assieme alla 2a sez. mitragliatrici dell'84°; più ad est e poco più in basso, lungo la cresta fino al cocuzzolo di S. Osvaldo, fronteggiavano le provenienze dal torrente L'Argento la 13a e la 14a comp.dell'84° con la l a sez. mitragliatrici dell'84°; all'estrema destra, di rincalzo presso la cappelletta semidistrutta, era trincerata la l a comp.dell'84°.
A q.1147 (nord/est di S. Osvaldo) si trovavano la 16a dell'84° ed un plotone della 13a; a q.1100 (tra S. Osvaldo e q.1147) due plotoni della 15a e due cannoni da montagna.
Più indietro, tenevano il trincerone di Voto due plotoni della 15a e qui accantonavano pure le provate 2a e 3a (capitano Sarazzi).
Sulla sinistra, il costone di Valcanaia era tenuto nella parte alta dalla 7a comp.del 32° e nella zona boscosa inferiore dalla 2a dell'83° che si collegava, al "noto cocuzzolo", con il sistema difensivo q. 617 - Marter.
Alle 7.00 del mattino iniziava la danza: le imperialregie artiglierie, da Busagranda al monte Cola, aprivano un fuoco tambureggiante sulle posizioni di S. Osvaldo e Voto, fuoco che diveniva violentissimo tra le 8.00 e le 9.00; le trincee tra q.1581 e la chiesetta, nonchè gli appostamenti di Valcanaia, ne furono devastati ed i reparti ivi dislocati subirono perdite rilevanti.
Da parte italiana venne richiesto l'intervento urgente delle batterie pesanti per controbattere quelle avversarie, mentre l'artiglieria campale martellava i boschi di Frattasecca nel tentativo di impedire l'afflusso e l'ammassamento, peraltro già avvenuti, di contingenti d'attacco.
Era uno spettacolo infernale: S.Osvaldo e le sue adiacenze parevano un vulcano in piena eruzione! Perfino agli Standschiutzen di Zillertal, che avevano presidiato la zona fino a poco tempo prima, molte delle artiglierie che entravano in azione erano rimaste fino ad allora del tutto ignote.
Una batteria a lunga gittata da 10,4 cm piazzata al Semper Spitz lanciava le sue granate appena oltre la cima del Panarotta; un colpo troppo corto arrivò addirittura in una affollata trincea del battaglione, fortunatamente senza esplodere ma uccidendo all'istante, con il suo solo impatto, uno sfortunato fante.
Alle 9.00 esatte il fuoco di demolizione si spostava più indietro divenendo fuoco d'interdizione e battendo con tiri incrociati e fittissimi tutte le vie d'accesso alla prima linea.
All'allungamento del tiro corrispose l'immediato inizio dell'attacco delle fanterie, che investivano da est (IV/4°) e da nord (1/63°) le posizioni italiane.
Movendo da  q.1623 con alte grida di incitamento, i Deutschmeistern irruppero nelle sconvolte trincee della 6a compagnia del 32° fant. attorno a q.1581, travolgendo in breve ogni difesa e catturando l'intera 2a sez. mitragliatrici.


16/04/1916. L'Oberjager Muhlfellner tra i caduti italiani nella trincea di S.Osvaldo appena rioccupata.

I difensori, inebetiti dal bombardamento, non avevano nemmeno avuto il tempo di riattare qualche ostacolo passivo e di appostarsi tutti dietro le feritoie: per tre quarti d'ora resistettero come poterono finchè, caduto ferito il capitano comandante il reparto, furono costretti ad abbandonare il cocuzzolo perdendovi molti prigionieri e ripiegando in disordine su S.Osvaldo.
Il fianco sinistro e le spalle della 13a e 14a comp. dell'84° rimanevano così scoperti e soggetti al tiro d'infilata delle mitragliatrici avversarie, mentre si pronunciava l'attacco frontale, da nord, dei romeni del I/63°.
Tuttavia, spostata leggermente la sua la sinistra indietro per fronteggiare la nuova minaccia lungo il crinale di Frattasecca, la 13a riusciva inizialmente a contenere il nemico, tanto da indurre il col. Padovani, responsabile delle truppe della sottozona di Voto, a comunicare al comando della 15a div. che la situazione tornava sotto controllo.
Sulla base di tale informazione il generale Amari decideva di tenere fermo su tutta la fronte Brustolai-Marter-S.osvaldo e di contrattaccare per malga Trenca verso il Glockenthurm onde colpire sul fianco sinistro le colonne austriache che scendevano su Roncegno.
A tale scopo un battaglione del 31° fanteria veniva spedito da Borgo a rinforzare la linea minacciata, mentre la manovra avvolgente era affidata al neoarrivato battaglione alpini Monte Rosa dislocato a Strigno.
Alle 10.15 l'osservatorio dell'Armentera comunicava però che S.Osvaldo era nuovamente sotto attacco.
In mezz'ora il disastro si compiva: assalita di fronte la 13a compagnia lottava fino a perdere tutti gli ufficiali, a partire dal comandante capitano Scardigli
(Catturato ormai dissanguato, l'ufficiale spirò il giorno successivo al posto di soccorso di Erterli), sfaldandosi poi gradualmente in nuclei isolati che si riversarono sulla 14a; a sua volta questo reparto veniva investito da sinistra dal IV/4° e di fronte dal 1/63° venendo circondato in pochi minuti. Rimaste anch'esse prive di ufficiali (il capitano Ronchi, gravemente ferito (Morirà in ospedale a Padova il 7 maggio 1916), aveva dovuto cedere il comando) le truppe cercarono disperatamente di aprirsi un varco per la ritirata, ma la cosa non riuscì a tutti.
Intere squadre di fucilieri furono catturate nelle trincee semisepolte dai detriti sollevati dalle esplosioni, mentre gli austriaci trionfanti arrivavano in vista dell'agognata chiesetta.
Sospingendo avanti a sè in fuga inarrestabile i superstiti dei reparti travolti, i Deutschmeistern riuscirono a giungere ai camminamenti di q.1450 proprio quando la l a compagnia dell'84°, impegnata allo spasimo contro i romeni avanzanti da nord, perdeva il suo capitano (sig. Piero Aiazzi-Mancini
(Era l'ufficiale che nell'agosto precedente aveva guidato i fanti dell'84° alla conquista di monte Saluio)).
Le armi della l a sez. mitr., ripetutamente colpite da scheggie di granata, erano ormai inservibili e la nuova minaccia sul fianco sinistro ed alle spalle determinò il cedimento finale: in pochi attimi una confusa ed urlante torma di disperati si precipitava attraverso i boschi, scendendo a rotta di collo verso le posizioni di Voto-q.1100-q.1147.
Non erano più distinguibili le compagnie d'appartenenza, tutto era confusione e panico ...
Solo pochi nuclei della 1a e della 14a compagnia, rimasti valorosamente attorno alla chiesetta, contendevano strenuamente il passo all'avversario, il quale però, vinta la loro resistenza, proseguiva verso valle apparentemente inarrestabile.
Alle 10.45 un fonogramma dall'osservatorio dell'Armentera giungeva al comando di divisione a Castel Ivano: "La posizione di S.Osvaldo è stata sgomberata dai nostri ".
Appena occupato il conteso rilievo, le forze austriache si divisero nuovamente: i viennesi del IV/4° volsero a sud contro il costone di Valcanaia, attaccando dall'alto il fianco destro della 7a comp.ed obbligandola quasi immediatamente a ripiegare su Voto e a lasciare conseguentemente scoperta la destra della 2a comp./84°; questa, minacciata di fronte e di fianco, veniva scompaginata ed in breve ributtata a valle, prendendo posizione alla destra del "noto cocuzzolo".
Il I/63° proseguiva invece lungo il crinale, investendo le posizioni di Voto-q.1100-q.1147 davanti alle quali doveva arrestarsi a causa della ferma resistenza incontrata.
Informato della situazione, il comando dell'84° fanteria inviava a quella volta due compagnie del 31° fant. (la 10a e l'11a) accampate a Larganzoni, che pervenivano agli avamposti di q.1100 verso le 13.00.
Essendo stati inoltre segnalati nelle retrovie nemiche minacciosi movimenti di salmerie e truppe, che sembravano preludere ad un nuovo assalto, venne disposto dal comando di settore l'intervento di tutte le artiglierie disponibili nella valle, nonchè l'invio di altri rinforzi; ai cannoni del Salubio, del Civeron e del Ceolino venne richiesto di battere con fuoco accelerato il bosco soprastante Voto.
La salita delle due compagnie del 31° verso la prima linea fu oltremodo difficoltosa, non solo per l'asprezza e ripidità del percorso ma soprattutto perchè la mulattiera Roncegno-Voto era completamente ingombra di militari che, abbandonato il proprio posto e le armi, si preoccupavano solo di mettere la maggiore distanza possibile tra sè ed il nemico.
Per l'imperialregio battaglione 1/63° doveva essere l'attacco finale, quello che avrebbe fatto ruzzolare gli italiani fino a Roncegno.
Dopo tre ore di ammassamento nella boscaglia innevata, le truppe, imbaldanzite dai successi della mattinata, si lanciavano verso le posizioni dei "Welschen" convinte di non trovare più ostacoli.
Erano all'incirca le 16.00, la luce era ancora buona e gli attaccanti si stagliavano netti contro lo sfondo luminoso del cielo occidentale; tutte le artiglierie italiane, di ogni calibro, aprirono un fuoco disperato contro il monte brulicante di vita.
Stavolta il bersaglio era chiaro, immediato, visibile: le ondate d'assalto venivano frantumate, disperse, decimate; e tuttavia si ricomponevano in breve tempo.
Gli ufficiali sospingevano nuovamente avanti le truppe sopra i cadaveri dei commilitoni, verso le trincee italiane sempre più vicine.
L'attacco investì dapprima q.1147, dove la 16a comp. resistette a piè fermo, poi la sinistra del trincerone di Voto presidiata da 10a e 12a del 31°.
Una coeva relazione italiana sul combattimento sottolinea che " (...) il nemico indossava caschi d'acciaio italiani e berretti del 32° fanteria; molti erano anche armati di fucili italiani (...)."
In qualche modo la linea italiana resistette: comunque la situazione era gravemente compromessa ed il frenetico invio di sempre più consistenti rinforzi non poteva avere altro risultato che quello di mantenere provvisoriamente, per pure questioni di prestigio, il possesso di posizioni tatticamente svantaggiose e strategicamente ormai insignificanti.
E mentre i fanti dell'84° e del 32° si dissanguavano attorno a S.Osvaldo, il comando della 15a divisione non trovava di meglio che far marciare, sfiancandolo, un intero battaglione d'alpini su e giù per i monti della Valsugana vagheggiando improbabili ed improponibili manovre controffensive.
Già verso le 15.00 di quel giorno sfortunato una compagnia del btg Intra, la 37a, era stata mandata al macello per cercare di riconquistare, partendo da Voto, il costone di Valcanaia.
Il caso del btg alpino Monte Rosa merita però uno sguardo più attento: il 14 aprile il battaglione giunge a Grigno in treno e subito viene fatto marciare su Strigno, ove accantona; il 16, alle 8.00, il reparto viene allertato per essere pronto a muovere al primo cenno essendo si pronunziato l'attacco austriaco su S.Osvaldo; alle 8.30 inizia a marciare verso Telve trovando qui nuove disposizioni: dovrà salire alle Desene per attaccare immediatamente malga Trenca e Glockenthurm.
La marcia riprende alle 9.45.
Alle 14.00 i 20 ufficiali ed i 750 alpini sono ai masi Ganarini dove viene loro comunicato che l'azione prevista è stata rinviata all'indomani.
Subito dopo, nuovo ordine: il reparto salga a case Desene.
Arrivati alla meta verso le 17.00, un fonogramma del generale Pastore, comandante della brg Siena, richiede l'immediata discesa su Roncegno ove la truppa si accampa inattesa, ma non tanto, perviene però una nuova disposizione: la 135a comp. assuma la difesa della zona di Tesobbo entro le 22.00.
Anche quest'ordine viene eseguito, ma tre ore più tardi, all' 1.00 del mattino del 17, il medesimo reparto viene spostato a Voto ove, appena arrivato, deve respingere un attacco perdendo 3 alpini morti e 17 feriti. Come ci si poteva attendere efficienza bellica da reparti "di rinforzo" trattati a codesta maniera?
Nel pomeriggio di quello stesso 16 aprile, quando il dramma delle truppe di S. Osvaldo si era già consumato, i comandi italiani di livello più elevato non avevano ancora un'esatta idea dell'evolversi complessivo degli avvenimenti. Alle 15.30 pertanto il comandante della 15a div., gen. Amari, si recava a Strigno da Castel Ivano per conferire con il gen. Pastore ed ivi prendeva visione di un fonogramma, spedito alle 16.00 da Roncegno, che dipingeva la situazione come critica: i reparti avevano subìto gravissime perdite ed erano scossi; numerose forze nemiche minacciavano inoltre Voto e q.1l47. Confermando l'ordine di riordinare le truppe raccolte a Voto e con i rinforzi avviati muovere al contrattacco, il comandante di divisione imponeva al gen. Pastore di recarsi in prima linea per rendersi personalmente conto delle condizioni della difesa.
Verso le 17.00 il Pastore telefonava da Roncegno comunicando che, stanti la disorganizzazione e la prostrazione dei reparti e la incombente minaccia di nuovi attacchi, non riteneva possibile una immediata controffensiva; l'Amari impartiva quindi un ultimo, scontato, ordine:
"Le truppe conservino le posizioni di Volto e di q.1147 e vi si rafforzino." Quanto fosse costata la ostinata difesa al Voto e quanto i vani contrattacchi locali, eseguiti su iniziativa di singoli ufficiali, non è dato sapere.
É tuttavia possibile farsi un'idea di quello che accadde nei boschi di S.Osvaldo riepilogando le perdite italiane complessive del giorno 16 aprile sulla fronte Valcanaia-S.Osvaldo-Teccel:
31 ° fanteria: 6 morti e 65 feriti (3 ufficiali);
32° fanteria: 4 morti (1 uff.), 29 feriti (2 uff.), 179 (!) dispersi (3 uff.);
84° fanteria: 20 morti, 83 feriti (4 uff.), 164 (!) dispersi (7 uff.);
Da notare i pochi caduti e l'elevatissimo numero di dispersi, che si spiegano con il fatto che gran parte dei morti rimase su terreno occupato dall'avversario e non fu potuta recuperare.
In tutto, oltre 500 uomini fuori combattimento o prigionieri, nella prima giornata d'attacco nemico, su di un fronte di poche centinaia di metri!
I giorni che seguono, fino alla Pasqua 1916, rappresentano l'inutile ma sanguinosa appendice a questo primo urto: al mattino del 17 l'artiglieria austriaca di monte Cola e del Panarotta inizia nuovamente a martellare le linee italiane, mentre i grossi calibri di Busagranda provocano l'ennesimo incendio di Roncegno distruggendo quel poco che ancora è rimasto in piedi e rendendo difficilissimi i rifornimenti e lo sfollamento dei feriti.
Alle 11.00 il 1/63° ed il III/64° riprendono l'azione sospesa la sera prima contro Voto e q.1147. Il combattimento asperrimo che si sviluppa nel bosco, di masso in masso e d'albero in albero, arreca gravi perdite agli attaccanti, mentre fanti ed alpini possono rincuorarsi un po': quei diavoli assatanati ed urlanti che si scagliano contro i reticolati stesi nelle abetaie non sono imbattibili come sembrano!
Allo stesso modo viene respinto un secondo portato dalle forze del col. Teus verso le 17.00 del medesimo giorno; anche le truppe austriache di prima linea sono ora allo stremo, dopo due giorni passati a combattere e a marciare sulla neve.
Il solo I/63°  lamenta fino a questo punto 126 morti e 392 feriti tra le sue fila!
Nella notte dal 17 al 18 le tre compagnie del btg Monrosa (134a,135a e 112a) sostituiscono nelle posizioni avanzate gli sfiancati reparti dell'84° e del 32°, che ripiegano su Roncegno per riorganizzarsi.


La controffensiva Austriaca del 16 aprile a Sant'Osvaldo (fase1) ed a monte Broi (fase 2).
Linea a triangoli: schieramento iniziale Austriaco.
Linea tratteggiata: linea avanzata italiana al mattino del 16 aprile.
Linea puntinata: L'arretramento Italiano alla sera del 16 aprile.

Il magg. Scandolara, comandante del Monrosa, assume il comando del "sottosettore Volto" avendo ai propri ordini il battaglione suddetto, dislocato tra Voto e q.1147, la 37a dell'Intra, di fronte a Valcanaia, il IV/32°, tre compagnie del 31° e tre plotoni dell'83° dislocati sulla linea arretrata di Tesobbo.
Già alle 4.30 del 18 gli austriaci provano nuovamente ad occupare il trincerone di Voto dopo breve preparazione d'artiglieria, cozzando però contro una carica alla baionetta, effettuata dalla 10a/31° e da un plotone della 135a del Monrosa, che li respinge con gravi perdite.
Alle 8.00, altro tentativo: la 10a/31°, in difficoltà, è costretta a chiedere rinforzi.
Accorrono due plotoni della 134a, guidati dal capitano Cecchet, ma il terreno è fortemente battuto da armi automatiche.
I plotoni avanzano a sbalzi, il Cecchet cade colpito al ventre prima ancora di giungere alle trincee e muore pochi minuti dopo.
L'attacco è respinto, con 4 alpini morti e 20 feriti cui vanno aggiunti 8 morti, 62 feriti e 3 dispersi del 310 fanteria.
Le giornate del 18 e del 19 vengono impiegate a raccogliere i feriti, a rinforzare le trincee, a riordinare i reparti.
Il lavoro si svolge però sotto il fuoco del nemico, che non cessa di battere le posizioni con artiglieria e mitragliatrici.
Al mattino del 20 il sottotenente Sella, comandante la IIa sez. mitragliatrici, è ferito gravemente da una pallottola che lo immobilizza per sempre.
In serata il btg alpini Monte Pavione (magg. Spelta) sostituisce un battaglione dell'83a fanteria alla destra del Monrosa, nelle trincee di Voto. L'ultimo tentativo, violentissimo, delle truppe della 18a I. D. austroungarica per impadronirsi del sistema trincerato Voto-q.1147 si sviluppa il mattino del 21, venerdì di quaresima.
Precedute da un nutrito lancio di bombe a mano, le squadre d'assalto si avvicinano alle linee tenute dagli alpini ma sono subito individuate e bersagliate dalle mitragliatrici del Monrosa.
Con coraggio e tenacia i tentativi si susseguono dalle 6.30 alle 8.50: spazzate dalla fucileria le tormentate pendici di S. Osvaldo si coprono di cadaveri, ma gli alpini resistono.
Le trincee protette da sacchi di terra ormai pieni del piombo nemico sembrano irraggiungibili e quei pochi che vi arrivano cadono sotto le baionette dei montanari piemontesi.
Alla fine restano sul terreno oltre 100 attaccanti, mentre Pavione e Monrosa debbono lamentare complessivamente 7 morti e 66 feriti.
Il 22, sabato Santo, un'abbondante nevicata impone ai contendenti una irrequieta tregua.
Forse è proprio la pausa forzata a permettere al comando italiano qualche seria riflessione, fatto sta che alle 20.00 dell'indomani, domenica di Pasqua 1916, il nuovo comandante di settore, ten. col. Ragni, ordina che tutte le truppe del sottosettore Voto abbandonino immediatamente la linea Voto-q. 1147 ripiegando sulle posizioni di Tesobbo.
Ricordava un reduce del btg Standschutzen Zillertal, il reparto che nei drammatici giorni precedenti si era assunto l'onere di evacuare i feriti ed assicurare i rifornimenti alle truppe d'assalto: "Alle 6.00 del mattino del lunedì di Pasquetta, dalla linea più avanzata arrivò del tutto inattesa la notizia che gl'italiani, abbandonate le loro posizioni, si erano ritirati a Roncegno durante la notte, senza che noi ce ne accorgessimo.
Questa svolta fu per tutti noi motivo di grande gioia e, dopo quella difficile settimana di passione trascorsa a contare innumerevoli vittime e patimenti, quello fu finalmente un bellissimo giorno.(...) "



Boschi sotto il colle di S.Osvaldo aprile 1916
(Foto tratta dal libro"1915-1918 AL FRONTE CON PAOLO MONELLI" a cura di Giuseppe Ielen e Luca Girotto)





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27/01/2019
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