Trentini nel Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente - Gruppo Alpini Roncegno

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Trentini nel Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente

La 1a G.M.




TRENTINI NEL CORPO DI SPEDIZIONE ITALIANO
IN ESTREMO ORIENTE


di Vitaliano Modena



I "Battaglioni Neri"


La situazione politica quale si era delineata in Russia con la rivoluzione, il clima cosmopolita prima di Harbin poi di Tientsin, le relazioni frequenti con le delegazioni militari degli Stati alleati e l'ambizione di dare all'Italia visibilità internazionale fecero maturare nei responsabili della Missione Militare Italiana l'idea, poi tradotta in istanza formale, di utilizzare il Distaccamento Irredenti per una causa che potesse venir utile all'Italia: far parte della forza militare interalleata impiegata in Oriente in funzione antibolscevica.
AI Governo italiano non dispiaceva di avere l'opportunità di collocare una sia pur modesta presenza militare a fianco delle potenze occidentali in Siberia, per due ragioni:
- veder conclusa la guerra civile in Russia con la sconfitta della rivoluzione d'ottobre e l'annullamento delle sue possibili ripercussioni nei Paesi europei;
- dare all'Italia una carta in più da giocare al tavolo delle trattative di pace per il Trentino, Trieste e la Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia, sedendo a fianco delle grandi potenze quali l'Inghilterra, gli USA, la Francia e il Giappone.
Concluso l'iter procedurale, il Ministero della Guerra approvò l'arruolamento volontario degli irredenti nel Regio esercito e la costituzione da parte del Ministero degli Esteri di un Corpo di spedizione in Estremo Oriente in appoggio alle truppe alleate.
Pur tenendo in debito conto la riconoscenza per la liberazione dalla prigionia e la promessa del riconoscimento del servizio prestato, il desiderio di arruolarsi e di rimettersi a combattere non fu spontaneamente ben accolto dagli irredenti; tanto è vero che il ten. Bazzani dovette ammettere che «il lavoro di persuasione fu naturalmente lungo e difficile.»
Ma poi alla fine i più firmarono divenendo, nell'agosto 1918, cittadini italiani e soldati regolari del Regio esercito. Giurarono il 15 agosto. Da quel giorno le 7 compagnie che formavano il Distaccamento Irredenti assunsero la nuova denominazione di "R. Corpo di spedizione in Estremo Oriente." Indossavano la nuova divisa kaki con le mostrine nere: di qui il nome di "Battaglioni Neri".

Nei "Battaglioni Neri" vennero a trovarsi diversi valsuganotti, tra i quali alcuni appartenenti alla comunità roncegnese
(I nominativi sono tratti dall'elenco dei trentini volontari in Siberia steso dallo Stato Maggiore del R. Esercito riportato nella pubblicazione della Legione trentina "Martiri ed eroi trentini.") : il sergente Umberto Ticcò (fu Silvio, nato nel 1884), il soldato Domenico Fedrizzi (di Giovanni, del 1896), il soldato Abele Fruet (di Antonio, nato nel 1890), il soldato Giusto Posta i (fu Domenico, nato nel 1889), il caporalmaggiore Paolo Eccher (nato nel 1881 e morto a Tientsin il4 settembre 1918).
Ne faceva parte pure il soldato Armenio Tomasi (di Luigi, nato a Mori nel 1891), che farà di Roncegno il suo paese di adozione formandovi la sua famiglia
(Di lui si parla nel capitolo "Frammenti.").

Poco dopo la sua costituzione, il Corpo di spedizione fu incrementato da 672 militari giunti a Tientsin dall'Italia il 5 settembre con il piroscafo "Roma."
Portavano con sé il materiale bellico inviato dal Ministero della Guerra, il nuovo comandante ten. col. Fassini-Camossi e nuove divise grigio-verdi
(Come si dice in altro capitolo, il 10  settembre il "Roma" fece ritorno in Italia con 727 uomini ex prigionieri non idonei ad operazioni di guerra; approdarono a Napoli il 22 ottobre.).
Capo della Missione Militare in Siberia era il ten. col. Filippi di Baldissero. Stava a Vladivostok, dove aveva sede il Comando supremo delle forze interalleate in Siberia affidato al gen. Giapponese Otani
(Verso la fine del 1918 gli Alleati avevano in Siberia le seguenti truppe: il Giappone 4 divisioni di 60.000 uomini; gli Stati Uniti 2 divisioni con 40.000 uomini; i Cecoslovacchi 4 divisioni con 50.000 uomini; l'Inghilterra 2 reggimenti di 4.500 uomini, l'Italia 2.000 uomini e la Francia 500 (fonte Bazzani). In totale 157.000 uomini che dovevano formare il primo nucleo di un esercito interalleato di ben maggiore consistenza, in grado, con le truppe russe e i volontari, di sconfiggere le truppe bolsceviche e abbattere il governo dei Soviet. Ma l'aiuto degli Alleati si fermò lì, mentre le truppe russe "bianche" erano allo sbando.), e dove si portò anche il magg. Manera con il compito di gestire il Centro di mobilitazione (deposito) allestito in quella città e, coadiuvato dal Bazzani, proseguire la ricerca degli irredenti dispersi o dimenticati nella vastità della terra russa. Chi fu successivamente raggiunto nel corso delle ricerche vi fu fatto confluire.



I "Battaglioni rossi"


Agli ex prigionieri che si trovavano a Vladivostok venne fatta la proposta di entrare a far parte della "Legione Redenti
(Con la fine della guerra e la vittoria dell'Italia sull'Austria, gli appartenenti alle provincie di confine in precedenza detti "irredenti" ora erano "redenti.")", equiparata ma distinta dal Corpo di spedizione. Chi accettò (una minoranza) fu dotato di divisa grigio-verde con mostrine rosse: da qui l'appellativo di "Battaglioni Rossi." Affiancarono le truppe alleate nei servizi di controllo del territorio attorno a Vladivostok.
Chi non accettò la divisa militare venne considerato "cittadino" (italiano, se questa era la scelta condivisa) o ancora "prigioniero" se, nauseato di guerra, prigionia, liberazione ... aveva rifiutato qualsivoglia proposta fattagli.

Allo scadere del 1918 il "Roma" partirà un'altra volta da Vladivostok con a bordo una decina di uomini del deposito. Il 31 luglio 1919 altri 30 uomini del deposito, affetti da infermità, saranno rimpatriati a bordo di un trasporto francese diretto a Marsiglia.


Il Corpo di spedizione italiano a Krasnojarsk

L' 8 ottobre il Comando Supremo Interalleato assegnava al Corpo di spedizione italiano la zona di Krasnojarsk, raggiunta il 20 novembre 1918. Questi i suoi compiti: appoggiare le truppe russe controrivoluzionarie accentrate ad Omsk, dare una mano al reparto di cecoslovacchi impegnato a liberare dall'occupazione bolscevica un'area a sud della transiberiana, garantire la sicurezza dei trasporti che avvenivano sulla linea ferroviaria e custodire i prigionieri austriaci e tedeschi fatti confluire in quella zona.
Ad Omsk si era appena insediato alla guida del Governo regionale l'ammiraglio Kolčak
(L'ammiraglio Kolčak, già ministro della Guerra nel precedente governo, assunse il nuovo incarico il 18 novembre 1918.). Gli erano stati dati pieni poteri per ricondurre ad unità le forze centrifughe presenti nel Direttorio pan russo (ognuna delle quali perseguiva mire proprie e interessi personali), per rafforzare l'esercito e instaurare l'ordine e la legalità.
Le forze che facevano capo a Kolčak riuscirono, nei primi tempi, a condurre campagne vittoriose, che non spinsero però gli Alleati ad aumentare i loro contingenti né ad operare secondo una strategia uniforme. Veniva così ridotta l'efficacia del contenimento delle azioni dei gruppi armati bolscevichi che con il maggio del 1919 cominciavano a infiltrarsi in molte città dell' est, trovando consensi crescenti fra la popolazione esausta dei sacrifici aggiuntivi imposti dalla guerra civile.

Il Corpo di spedizione
(Il Corpo di spedizione (anche RR. Truppe Italiane) contava, nella primavera del 1919, 43 ufficiali e l.700 tra sottufficiali e uomini di truppa.) fu utilizzato nella difesa di Krasnojarsk e a protezione della transiberiana. Prese parte nei mesi di maggio e giugno a operazioni condotte dalle truppe alleate a sud-est di Krasnojarsk, nell'area compresa tra i fiumi Mana e Kan. Il successo conseguito fruttò al Corpo benemerenze e l'encomio del ministro della Guerra italiano.
A nord della transiberiana le operazioni furono poco rilevanti.
Il Corpo dei spedizione non ebbe perdite di rilievo: due soldati morirono nell'attraversamento di un fiume ed alcuni rimasero feriti. In luglio si ebbe il decesso di un tenente del Litorale, anch'egli annegato dopo aver salvato due uomini dalle acque dell'Irtisch.



Il naufragio della campagna siberiana


I successi militari ottenuti delle truppe di Kolčak e degli Alleati nella Russia europea ebbero come conseguenza la prevedibile, massiccia reazione dell'Armata rossa. La quale, in poche settimane, respinse le truppe "bianche" oltre gli Urali.
A questo punto, era il primo di agosto del 1919, risultò chiaro al responsabile della Missione Italiana ten. col. Filippi che senza un immediato notevole potenziamento della forza alleata la campagna siberiana era destinata al fallimento.
Ma agli Stati europei interessava ormai chiudere la disastrosa esperienza della guerra e cominciare a sanare le profonde lacerazioni subite
(Le trattative di pace aperte dalla Conferenza di Versailles nel gennaio del 1919 erano giunte al termine o stavano per concludersi. Era ormai prossima anche la firma del trattato di pace dell'Italia con l'Austria, siglato poi il 10 settembre 1919 a St. Germain-en-Laye.).
Il ten. col. Filippi comprese, dopo uno stretto giro di consultazioni, che conveniva decidersi in fretta per il ritiro del Corpo di spedizione dal conflitto. Ancora il 7 agosto il contingente militare italiano se ne andò da Krasnojarsk, lasciandovi un monumento a ricordo dei sette appartenenti che vi erano sepolti: fra questi L. Furlan di Ronchi. Arrivò a Tientsin il 27 agosto e si acquartierò in attesa di rimpatrio.
Nel cimitero della concessione italiana di Tientsin era stata collocata una croce di marmo in memoria dei commilitoni morti in Cina. Tra questi il roncegnese caporalmaggiore Paolo Eccher morto a Tientsin il 4 settembre 1918.

In Russia intanto proseguiva la guerra civile. Con il settembre le forze "bianche" di Kolčak subirono pesanti rovesci, in un clima di generale sbandamento. Il 10 novembre abbandonarono Omsk tentando di costituire un fronte di difesa più ad oriente. Ma ogni iniziativa risultò, alla fine, vana. Kolčak fu catturato mentre stava per riparare a Vladivostok. Venne fucilato il 7 febbraio 1920 per decisione del soviet di quella città.
La guerra civile si concludeva nel 1920 dopo aver bagnato di sangue la terra russa.



In Italia

Per il trasporto in Italia dei militari, dei redenti e degli ultimi ex prigionieri austro ungarici raccolti in Russia furono noleggiate dal Governo italiano tre navi: la France Maru, la England Maru e la Texas Maru. Queste appartenevano a un gruppo di 74 navi a vapore (tutte denominate Maru) costruite tra il 1916 e il 1920 nei cantieri Kawasaki di Kobe, in Giappone (questa flotta verrà utilizzata per il trasporto di truppe dalla marina giapponese soprattutto nella seconda guerra mondiale).
A bordo della France Maru salì il rimanente del Corpo di spedizione, 700 uomini con il ten. col. Fassini-Camossi, e il materiale bellico. Questo vapore partì da Chin-kuan-tao il 23 febbraio 1920 e raggiunse Napoli il 2 aprile.

La England Maru e la Texas Maru salparono da Vladivostok a pochi giorni l'una dall'altra: la prima il 22 febbraio e la seconda il 26. Presero a bordo gli uomini del presidio, il rimanente della "Legione Redenti" e il battaglione "Savoia".
A Shanghai salirono i ritardatari che non avevano fatto in tempo a raggiungere Vladivostok.

Con la England Maru viaggiarono i seguenti roncegnesi (i dati anagrafici sono quelli del documento consultato; le sottolineature si riferiscono a soldati dei quali abbiamo parlato nel libro):
Boccher Giovanni fu Pietro, del 1881, di Santa Brigida
Bonella Sebastiano di Pietro, del 1882, di Roncegno
Frainer Giuseppe di Celestino, del 1892, di Roncegno
Hueller Carlo di Paolo, del 1882, di Marter
Montibeller Leopoldo di G. Battista, del 1893, di Marter
Roth Rodolfo, s. p., del 1885, di Roncegno
Rozza Severino di Abramo, del 1879, di Marter (la paternità qui indicata non
corrisponde a quella dell'anagrafe parrocchiale che riporta "di Valentino").
Zottele Anselmo di Giovanni, del 1878, di Roncegno.

S'imbarcarono sulla Texas Maru (il documento indica tutti come roncegnesi, senza specificare se di Marter o di Santa Brigida):
Boschele Albino di Antonio, del 1879
Colleoni Severino fu Paolo, del 1876
Donati Emanuele di Nicolò, del 1889
Lazzari Emanuele di Giulio, del 1892
Petri Nicolò fu Valentino, del 1882.

NB. Su questo piroscafo s'imbarcò anche Pietro Pompermaier (suo malgrado facente parte del battaglione "Savoia", uno dei protagonisti delle vicende che sono narrate in questo libro).

I due trasporti sbarcarono a Trieste rispettivamente l'11 e il 15 aprile.
Quindi soltanto alla metà di aprile del 1920 Trieste, l'Italia e i paesi di provenienza poterono salutare gli ultimi reduci che tornavano alle loro case dopo quasi 6 anni dall'inizio della guerra e un anno e mezzo dalla sua conclusione.



ANNOTAZIONE FINALE


Ai nomi dei roncegnesi citati poco sopra ne aggiungo alcuni altri di conterranei prigionieri e reduci dalla Russia che ho trovato negli atti dell'archivio del Museo storico in Trento. Sono inseriti nell'elenco del primo scaglione dei rilasciati dalla Russia.

Essi sono:
Capraro Santo, di Antonio
Dalsasso Giuseppe, fu Pietro
Dorighelli Eduino, di Massimo
Montibeller Giuseppe, di Basilio
Posta i Giacinto, fu Marcello
Torresani Luigi, fu Michele
Zurlo Vigilio, fu Giuseppe.

E ho trovato ancora:
Giovannini Lino, del 1888
Postai Emilio, del 1893
Pallaoro Pietro, del 1886
Sigismondi Andrea, del 1882
Bazzanella Fortunato, del 1878
Dalprà Enrico, del 1896
Gonzo Felice, del 1876
Menegol Luigi, del 1893.







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17/03/2017
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