Verso la "normalità" - Gruppo Alpini Roncegno

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Verso la "normalità"

La 1a G.M.



VERSO LA " NORMALITA' "

di Vitaliano Modena



Verso la "normalità". Un po' alla volta, per iniziativa dei responsabili locali (in parte solleciti a intervenire e in parte ricalcitranti) e dei profughi stessi, la collocazione presso le abitazioni boeme venne completata.
La possibilità d'usufruire di un minimo di servizi e di acquistare il necessario attenuarono o risolsero parecchie difficoltà verificatesi all'arrivo in Boemia.
Cominciò così una vita nuova in terra straniera, con l'aiuto o fra la diffidenza e l'ostilità della gente del posto, composta, come sempre e dappertutto, di brave persone e di animi ostili.
Dopo i primi giorni stabilirono che la famiglia più grossa rimanesse nella casa del comune; le altre due le fecero traslocare in due case dei paraggi. Ognuna aveva il necessario per vivere. Là rimanemmo per oltre tre anni, fino a quando ci venne dato l'ordine di rimpatrio. Dopo sedici giorni, dall'osteria ci spostarono in una piccola casa contadina composta di camera e cucina, al piano terra. Mi sembra ancora di vederla, quella casetta. La padrona era tanto buona e ci aiutò molto.


Boemia. Clementina Cipriani con i nipoti Primo e Alfonso.

Le case dei paesi e dei villaggi vengono generalmente descritte come piccole e basse, rialzate da terra di qualche gradino, quasi tutte uguali, costruite di pietra, con due, tre finestre, il tetto a due spioventi ricoperto di tegole o di carta catramata o di paglia, in special modo per le costruzioni adibite a depositi o a ricoveri di animali.
Soltanto gli edifici pubblici si distinguevano, perché a più piani.
Molte persone, addirittura più famiglie, furono costrette a vivere in poco spazio, tanto che non di rado i pagliericci venivano collocati sul pavimento la sera e tolti la mattina seguente, per poter vivere di giorno nell'unico locale a disposizione.
La casetta era graziosa: avevamo anche la cucina economica. Ma in quella camera e cucina eravamo venticinque persone.
I signori, grandi proprietari terrieri, abitavano in ville, palazzi, castelli, che aprirono per accogliere i profughi.
Con le suore e qualche altra persona, fui ospitata al primo piano del castello di Stavec. Avevo la mia stanzetta con l'acqua corrente e un ottimo trattamento. Rimasi colpita dal fatto che io, menomata perché priva di una gamba amputata poco prima della partenza, avevo la possibilità di vivere in un castello con tutte le comodità: uno degli ambienti più confortevoli di tutta la Boemia. Mi parve manifesto allora l'intervento della Provvidenza. Le signore padrone non ci facevano mancare niente, erano ricche di carità e di pazienza, e misero a nostra disposizione il numeroso personale di servizio: neanche fossimo state principesse. La mattina ci facevano avere una tazza di latte caldo sul comodino e pranzavamo in cucina con loro; in certe occasioni ci intrattenevano con il pianoforte. La festa, veniva celebrata la messa nella cappella privata. Le proprietarie si erano affezionate a noi tanto che, quando seppero della nostra partenza, piansero.



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25/02/2023
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